Recensione in anteprima – Ottavo film per Edward Wright alla regia a distanza di quattro anni da “Ultima notte a Soho”. “The running man” è la nuova trasposizione del romanzo “L’uomo in fuga” di Stephen King del 1982. Il film è pieno di azione e di politica in un genere distopico che diverte e fa riflettere sull’informazione. Al cinema dal 13 novembre.

La storia

The Running Man è il programma televisivo più seguito al mondo: un reality show estremo in cui i concorrenti devono rispettare una sola regola per restare vivi: fuggire per 30 giorni, in diretta tv, braccati da killer professionisti, detti “Cacciatori”, mentre il pubblico, incollato agli schermi, esulta a ogni esecuzione e la gente per strada è indotta.

Ben Richards (Glen Powell) non è un eroe. È un uomo qualunque, costretto a una scelta impossibile: entrare nel gioco per salvare la figlia malata. A convincerlo è Dan Killian (Josh Brolin), il carismatico e spietato produttore dello spettacolo, maestro nel trasformare la sofferenza in spettacolo, la paura in share, la morte in intrattenimento.

Nel 1987 il film “L’implacabile” fu il primo tentativo di portare al cinema il romanzo di Stephen King (che nel 1982 aveva pubblicato il libro sotto lo pseudonimo di Richard Bachman come il precedente del 1979 “La lunga marcia”, che per certi versi, ne ricorda le dinamiche distopiche). Quel film del 1987 si prendeva molte libertà rispetto al romanzo e, soprattutto, basava la sua forza commerciale sull’attore Arnold Schwarzenegger, estremamente popolare in quegli anni.

Realtà non reale

“The running man” è pervaso da una realtà non reale cioè priva della verità dei fatti che, anzi, con abili mosse di fotomontaggi e manipolazioni vengono stravolti sempre a favore del programma televisivo, del regime, del potere. Già il romanzo ha sotto firma lo pseudonimo di King che, per sua stessa ammissione, ha voluto sperimentare le vendite di una sua opera senza l’effetto del suo già famoso nome.

I personaggi all’interno del programma tv, e soprattutto Ben, vivono una realtà che non viene trasmessa totalmente al pubblico. La loro realtà è fatta di molta più violenza e sotterfugio di quanto il pubblico chiede. Perchè comunque, in un’America sotto regime, il pubblico viene addestrato a manifestare i propri istinti violenti più profondi all’interno di quello che non è semplicemente un gioco ma semplice sopravvivenza.

Nel 2025 è facile pensare a manipolazione delle immagini e dei filmati, nel 1982, più di 40 anni fa, le cose apparivano come un futuro lontano. Il futuro è diventato triste e pauroso presente. I social media hanno infarcito di fake news le nostre giornate e il pericolo di vivere una realtà non reale e non vera è sempre all’ordine del giorno.

Il crollo del programma

Il film è incentrato sulla continua fuga di Ben. Ci sono però dinamiche con alcune altre figure del film che sono degne di attenzione. Il dialogo tra Ben e Dan ricorda il dialogo tra Truman e il produttore Christof in the “The Truman Show”. Il tentativo è sempre quello del produttore che vuole indirizzare le azioni del suo protagonista per avere il potere di gestire e accumulare pubblico e denaro.

Importante è anche l’incontro con Mollie Jerningam (William H.Macy), la voce “ribelle” sotterranea. Una voce che avrebbe meritato più spazio all’interno del film. “The running man” si concentra però su Ben e tutte le sue astuzie per rendersi invisibile per i giorni necessari a vincere i soldi che servono alla sua famiglia, a curare sua figlia.

Il film regge bene il gioco fino a circa metà quando, il gioco, troppo frettolosamente, cambia. E’ un passaggio dovuto ma che dimostra una certa difficoltà nella narrazione che, in precedenza, era risultata abbastanza fluida. Il coinvolgimento rimane di sicuro interesse ma la durata del film si fa sentire senza che si aggiunga molta sostanza a concetti già precedentemente espressi.

Voto: 6,4

Di Giuseppe Bonsignore

Fondatore di Cinematik.it nel lontano 1999, appassionato di Cinema occupa il suo tempo impiegato in un lavoro molto molto molto lontano da film e telefilm. Filmaker scadente a tempo perso, giornalista per hobby, recensore mediocre, cerca di tenere in piedi la baracca. Se non vede più di 100 film (al cinema) all'anno va in crisi d'astinenza.

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