Recensione in anteprima – Craig Gillespie firma una Supergirl radicalmente diversa da ogni incarnazione precedente: più cupa, più ferita, più distante dal mito solare di Superman. Un film che tenta di ridefinire l’eroina kryptoniana attraverso trauma, solitudine e rabbia, spingendola ai margini dell’universo DC. Al cinema dal 25 giugno.
Una nuova genesi: identità, trauma e distanza da Superman
Dimenticate la remissiva e timida Kara della serie CBS interpretata da Melissa Benoist: questa Supergirl è di tutt’altra pasta. La sceneggiatura di Ana Nogueira modifica l’origine quel tanto che basta da creare una nuova genesi, più cupa e più complessa. I numerosi flashback mostrano la ristretta civiltà sopravvissuta alla distruzione di Krypton, i genitori Zor‑El (David Krumholtz) e Alura In‑Ze (Emily Beecham), la tragedia che li travolge, l’incontro con il cane Krypto e il lancio verso la Terra. È un racconto che amplia e approfondisce la mitologia kryptoniana, rendendola più intima e più dolorosa.
Kara Zor‑El (Milly Alcock) sottolinea spesso quanto sia diversa da suo cugino Clark Kent (David Corenswet). Non solo per l’età, lei è “girl”, non “woman”, ma soprattutto per il carattere: molto meno ingenua, molto meno disillusa, incapace di fidarsi, segnata da un passato di morte e solitudine. Non si è ancora rivelata alla Terra, che pure è la sua casa, ma ci resta pochissimo: vuole sperimentare altrove la possibilità di sentirsi viva, normale, vulnerabile. Sulla Terra, grazie al sole giallo, è indistruttibile; altrove, dove il sole è diverso, i suoi poteri svaniscono o si affievoliscono.
Questo è un passaggio fondamentale: permette alla sceneggiatura di creare “strani nuovi mondi”, anzi, strani nuovi soli, che mettono Supergirl in difficoltà, la rendono fallibile, la costringono a confrontarsi con la propria fragilità. È un’idea narrativa potente, che apre possibilità visive e drammaturgiche notevoli.

Un’eroina assente e un antagonismo debole
C’è però un problema evidente: in quasi tutto il film manca Supergirl. O meglio, manca la Supergirl dell’immaginario collettivo. L’eroina indistruttibile e imbattibile compare nelle scene d’azione, risolve conflitti e situazioni critiche in modo spettacolare, ma non riesce mai a emergere come figura piena, definita, iconica. Il secondo grande limite è l’assenza di un villain credibile. I nemici sono poco più che briganti spaziali: per una supereroina in grado di “spaccare i mondi”, sono ben poca cosa. Gli stratagemmi, i ricatti e gli ostaggi rendono la situazione più critica, ma non bastano a costruire un antagonismo all’altezza.
La sceneggiatura, non originalissima e non sempre approfondita, sembra faticare a creare un conflitto forte, affidandosi più al divertimento e alla godibilità del film che allo sviluppo tematico. Inoltre, nel film non ci sono umani: letteralmente non compare una sola figura umana, e sulla Terra si passa pochissimo tempo. Tutti i personaggi sono alieni che combattono contro alieni, in mondi diversi. Tutti gli antagonisti e le figure negative sono uomini, e questo permette al film di evocare, seppur in modo non troppo velato, la lotta delle donne contro soprusi e violenze maschili.
La recitazione di Milly Alcock è molto buona, così come quella del resto del cast. Ma la presenza di Lobo (Jason Momoa), che fa di tutto per non sembrare Aquaman, appare estranea, quasi messa lì a caso, senza una reale funzione narrativa.

Un western spaziale tra Mad Max e DC
Craig Gillespie costruisce un film che predilige l’azione, le scene di lotta e il dinamismo visivo. L’impianto ricorda a tratti un western spaziale, con chiari riferimenti stilistici a Mad Max: deserti alieni, sole bruciato, violenza improvvisa, personaggi borderline. La fotografia di Rob Hardy valorizza questi ambienti estremi, mentre gli effetti speciali, firmati da ILM, Framestore, Legacy Effects e Digital Domain, garantiscono un livello tecnico elevato. Il montaggio di Tatiana S. Riegel mantiene un ritmo serrato, e le musiche di Claudia Sarne aggiungono un tono inquieto, quasi febbrile.
Il film, però, resta sospeso tra ambizione e incompletezza. Ha un’identità visiva forte, un’eroina interessante, un mondo narrativo ricco, ma manca di una struttura solida. È un’opera che vuole ridefinire Supergirl, ma non sempre riesce a darle un arco emotivo compiuto. Resta comunque un tentativo coraggioso: un film che prova a liberarsi dai modelli precedenti, che cerca una voce nuova, che esplora la vulnerabilità di un’eroina troppo spesso schiacciata dal confronto con Superman.
E Milly Alcock, con la sua interpretazione intensa, tormentata, fisica, regge sulle spalle un personaggio che merita di essere esplorato ancora. La sua bravura rende ancora più evidente il fatto che manchi una sceneggiatura adeguata.

Il femminile come resistenza
Uno degli aspetti più interessanti del film è la sua lettura politica del femminile. Il film si rifà a Supergirl: La donna del domani (da cui il film prende solo spunti vaghissimi) inserendo Kara si muove in un mondo in cui tutti gli antagonisti sono uomini, e in cui la compravendita di schiave giovani diventa un simbolo non troppo velato della lotta delle donne contro soprusi e violenze maschili.
La sua rabbia non è solo personale: è generazionale. È la rabbia di chi ha visto morire tutto ciò che amava, di chi non si fida più di nessuno, di chi non vuole essere salvata ma vuole salvarsi da sola. In questo senso, Supergirl è un film che parla di corpo, di potere, di autonomia. Non sempre lo fa con profondità, ma quando ci riesce, colpisce.
E proprio qui si intravede ciò che il film avrebbe potuto essere: un racconto di formazione cosmico, un viaggio attraverso mondi ostili che riflettono le paure e le ferite di un’eroina che non vuole essere un simbolo, ma una persona.
Voto: 6.7