Recensione in anteprima – Venezia ’26 – In concorso – Wild Horse Nine conferma una volta di più quanto Martin McDonagh sia un autore quasi impossibile da imitare. Il regista britannico prende una pagina oscura della storia del Novecento, la immerge in una commedia nera piena di dialoghi affilatissimi e la trasforma in un racconto che riesce a essere allo stesso tempo divertente, amaro, politico e profondamente umano. Al cinema dal 5 novembre.

L’isola degli uomini che hanno cambiato il mondo

Nel Cile del 1973, mentre il colpo di Stato contro Salvador Allende si prepara a cambiare la storia del Paese, due agenti della CIA vengono spediti sull’Isola di Pasqua con la scusa di una vacanza. In realtà Chris Carlisle (John Malkovich) e Lee Chesterfield (Sam Rockwell) stanno costruendo il loro alibi mentre uno degli eventi più controversi della Guerra Fredda si prepara a entrare nei libri di storia.

Martin McDonagh utilizza questa premessa per costruire qualcosa che va ben oltre il tradizionale film di spionaggio. L’Isola di Pasqua diventa un luogo sospeso, quasi metafisico, un territorio isolato dal mondo dove i personaggi non possono più nascondersi dietro il proprio ruolo. La vera genialità del film consiste nel trasformare un’operazione politica internazionale in una storia di esseri umani.

Chris Carlisle  è stato uno degli artefici di golpe, operazioni clandestine e interventi occulti americani in mezzo mondo. Eppure la sua mente sta progressivamente cedendo all’Alzheimer. Il protagonista diventa così la perfetta incarnazione di una memoria storica che si sgretola. Cosa succede quando chi, nel bene o nel male, ha contribuito a cambiare il mondo non riesce più a ricordare ciò che ha fatto? Attraverso questa domanda McDonagh costruisce un racconto sorprendentemente malinconico che non smette mai di interrogarsi sulla responsabilità individuale.

Dialoghi al vetriolo e interpreti in stato di grazia

Chi ama il cinema di Martin McDonagh ritroverà immediatamente la sua firma. I dialoghi sono brillanti, crudeli, ironici e spesso irresistibilmente divertenti. Le conversazioni tra Chris e Lee ricordano perché il regista sia considerato uno dei migliori autori contemporanei nella scrittura dei personaggi. John Malkovich offre una prestazione straordinaria e la Coppa Volpi conquistata a Venezia appare pienamente meritata.

Il suo Chris è contemporaneamente brillante e smarrito, arrogante e vulnerabile, spietato e quasi commovente. L’Alzheimer non viene trattato come un semplice espediente drammatico ma diventa parte integrante del personaggio. Malkovich riesce a passare dall’umorismo più nero a momenti di autentica fragilità con una naturalezza impressionante. Al suo fianco Sam Rockwell. Il suo Lee funziona come complemento perfetto rispetto al protagonista. Più riflessivo, più diplomatico e apparentemente più equilibrato, è il personaggio che osserva il progressivo sfaldarsi delle certezze costruite in una vita di operazioni segrete.

Nemmeno il resto del cast resta indietro. Steve Buscemi offre un M.J. ambiguo e irresistibile. Parker Posey dona personalità a Marge Chesterfield, mentre Tom Waits, pur con uno spazio limitato, lascia il segno con la sola presenza scenica. È uno di quei rari film in cui ogni attore sembra comprendere perfettamente il tono richiesto dal regista e contribuisce a un equilibrio complessivo quasi musicale.

Politica, ironia e qualche inevitabile eccesso

La qualità maggiore di Wild Horse Nine è probabilmente il suo coraggio. Martin McDonagh affronta temi enormi: l’interventismo americano, l’Operazione Condor, il ruolo della CIA in America Latina, la manipolazione politica e la memoria storica. Eppure non realizza un film militante. Preferisce la satira. Preferisce il paradosso. Preferisce mostrare la banalità degli uomini dietro gli eventi che hanno cambiato il destino di intere nazioni.

È proprio questa scelta a rendere il film così efficace. L’autore non assolve nessuno ma non costruisce nemmeno figure monodimensionali. I suoi personaggi sono colpevoli, contraddittori, patetici e umani allo stesso tempo. La scrittura è magistrale e il ritmo sorprendentemente elevato per un film che vive soprattutto di dialoghi e rapporti tra personaggi. In quasi due ore la narrazione procede senza cedimenti significativi e riesce a mantenere alta l’attenzione dello spettatore.

Come spesso accade nel cinema di McDonagh, il desiderio di mescolare continuamente registri differenti rischia talvolta di produrre qualche squilibrio. Alcuni passaggi più apertamente grotteschi sfiorano l’autocompiacimento e alcune sottotrame secondarie avrebbero meritato maggiore sviluppo. Tuttavia sono limiti relativamente marginali rispetto alla forza complessiva dell’opera. Wild Horse Nine riesce nell’impresa più difficile: essere contemporaneamente intrattenimento e riflessione, commedia e tragedia, satira politica e dramma esistenziale.

… fino alla fine

Alla fine della visione resta la sensazione di aver assistito a un film che diverte molto, fa riflettere ancora di più e continua a lavorare nella memoria dello spettatore anche dopo i titoli di coda. Un’opera che utilizza la storia per parlare del presente e che trova nella perdita della memoria del suo protagonista una metafora potentissima della memoria collettiva.

In un’annata cinematografica ricca di opere ambiziose, Wild Horse Nine si candida seriamente a essere uno dei titoli più significativi e stimolanti da recuperare in sala. Il finale, per quanto messo in scena, con cadenze perfette persino nei silenzi, è un’opera d’arte a sé stante.

Voto: 8,3

Di Giuseppe Bonsignore

Fondatore di Cinematik.it nel lontano 1999, appassionato di Cinema occupa il suo tempo impiegato in un lavoro molto molto molto lontano da film e telefilm. Filmaker scadente a tempo perso, giornalista per hobby, recensore mediocre, cerca di tenere in piedi la baracca. Se non vede più di 100 film (al cinema) all'anno va in crisi d'astinenza.

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