Recensione in anteprima – Roma ’26 – Grand Public – Klara e il sole è la trasposizione del romanzo di Kazuo Ishiguro in cui il regista Taika Waititi affronta una materia delicata con sensibilità, costruendo un mondo futuristico che interessa meno per la tecnologia e molto di più per le emozioni che riesce a raccontare. Al cinema dal 22 ottobre. 

Il sole, Klara e il mondo senza umanità

In un futuro fortemente tecnologico, segnato dall’inquinamento e dalla pratica del potenziamento genetico dei bambini più abbienti, la società sembra aver delegato sempre più aspetti della propria vita alla tecnologia. È in questo contesto che vive Klara (Jenna Ortega), una AA, ovvero un’Amica Artificiale progettata per fare compagnia ai giovani proprietari che la sceglieranno.

La prima parte del film segue Klara nel negozio gestito dalla Direttrice (Natasha Lyonne), mentre osserva il mondo esterno attraverso una vetrina. Sono sequenze fondamentali perché permettono allo spettatore di conoscere il suo particolare modo di interpretare la realtà. Klara non osserva semplicemente ciò che accade: lo elabora secondo una logica tutta sua, frammentata e ingenuamente poetica. Soprattutto sviluppa una sorta di venerazione nei confronti del sole, considerato una presenza benevola capace di portare energia, guarigione e speranza.

La fantascienza resta sullo sfondo mentre emerge una riflessione più ampia sul bisogno universale di credere in qualcosa. Che si tratti della tecnologia, della fede o dell’amore. La regia di Taika Waititi dimostra maturità e misura. A tre anni dal sottovalutato Chi segna vince, il regista sceglie un tono molto diverso da quello che spesso lo ha reso celebre, rinunciando all’ironia dominante per privilegiare contemplazione e malinconia. Il risultato non è sempre originale, ma appare coerente e sincero.

Josie, Rick e il tempo che passa

La storia cambia quando Josie (Mia Tharia), adolescente gravemente malata a causa dei processi di potenziamento genetico ai quali è stata sottoposta, sceglie Klara come propria amica artificiale. Da quel momento l’androide si trasferisce nella casa della ragazza dove vive con la madre Chrissie (Amy Adams) e la domestica Melania (Rachel House).

Qui il film abbandona progressivamente la dimensione più teorica per concentrarsi sul rapporto tra i personaggi. Klara osserva, impara e interpreta le emozioni umane con una partecipazione che va ben oltre la sua programmazione originaria. Dove molte intelligenze artificiali contemporanee mostrano limiti evidenti nell’empatia e nella comprensione dei sentimenti, Klara appare quasi più umana degli esseri umani che la circondano.

Il legame che si sviluppa tra lei e Josie costituisce il vero cuore dell’opera. Non si tratta soltanto di compagnia o assistenza. È una relazione che cresce, evolve e acquisisce consapevolezza di sé. Klara impara cosa significhi avere paura della perdita, desiderare il bene di qualcuno e cercare di proteggerlo a ogni costo. Accanto a loro c’è Rick (Aran Murphy), ragazzo non potenziato che vive ai margini di una società sempre più selettiva e competitiva.

Klara e gli altri

Parafrasando un po’ il famoso titolo di una serie tv mediaset di fine anni 80 “Chiara e gli altri” ovviamente “Klara e il sole” non è il primo film che abbraccia il tema dell’intelligenza artificiale e dei robot di compagnia. Il primo, forse più famoso e inquietante che può saltare in mente è il computer “Hal9000” di “2001, Odissea nello spazio”.

Sempre per la compagnia anche solo attraverso una voce abbiamo “Her” di Spike Jonze. In forma concreta come robot come non citare “L’uomo bicentenario” con un fantastico Robin Williams, ma anche Ex Machina di Alex Garland. Da visioni cupe e senza scampo per gli uomini abbiamo film come “Terminator” di James Cameron oppure “Matrix” e il thriller fantascientifico per eccellenza: “Blade Runner” di Ridley Scott.

Ma tra tanti film affiorano suggestioni che ricordano A.I. – Intelligenza Artificiale e, ancora prima, la lezione di Pinocchio, ovvero il desiderio di una creatura artificiale di avvicinarsi a ciò che rende autenticamente umani. Tuttavia Waititi evita di trasformare questi riferimenti in semplici citazioni e li utilizza piuttosto come terreno emotivo sul quale sviluppare la propria storia.

I limiti di un film affascinante

Klara e il sole è un film che si lascia seguire con partecipazione e affetto, ma che non sempre riesce a mantenere costante il proprio ritmo. La durata di 116 minuti finisce per pesare in alcuni passaggi e più di una sequenza avrebbe probabilmente beneficiato di una maggiore sintesi. La narrazione procede spesso per accumulo di osservazioni e piccoli momenti quotidiani. Per alcuni spettatori questa scelta rappresenterà una ricchezza; per altri rischierà di trasformarsi in una certa lentezza.

Ciò che sostiene il film è soprattutto la forza emotiva del racconto e la qualità delle interpretazioni. Jenna Ortega offre probabilmente una delle prove più interessanti della sua carriera recente. Il suo lavoro su Klara è estremamente misurato: costruisce un personaggio socievole, curioso, a tratti persino pasticcione, senza mai perdere la natura artificiale che definisce il personaggio. Riesce a trasmettere empatia senza trasformare Klara in una semplice imitazione di un essere umano.

Amy Adams restituisce con efficacia il dolore di una madre costretta a convivere con la malattia della figlia. Molto curati risultano anche gli aspetti visivi. La fotografia di Mike Berlucchi valorizza una palette cromatica ricca, colorata e suggestiva, mentre scenografie, costumi ed effetti speciali costruiscono un futuro credibile senza ostentazione.

Alla fine rimane soprattutto il racconto di un’amicizia autentica e del rapporto tra esseri umani e tecnologia. In un mondo sempre più affascinato da relazioni virtuali e simulazioni emotive, il paradosso raccontato dal film è che proprio una macchina finisce per ricordare agli uomini la profondità dei sentimenti veri.

Voto: 7,1

Di Giuseppe Bonsignore

Fondatore di Cinematik.it nel lontano 1999, appassionato di Cinema occupa il suo tempo impiegato in un lavoro molto molto molto lontano da film e telefilm. Filmaker scadente a tempo perso, giornalista per hobby, recensore mediocre, cerca di tenere in piedi la baracca. Se non vede più di 100 film (al cinema) all'anno va in crisi d'astinenza.

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