Recensione in anteprima –  Project Hail Mary di Phil Lord e Christopher Miller è una fantascienza umana che trasforma la solitudine in alleanza, collaborazione, speranza. Transposizione cinematografica dell’omonimo romanzo di Andy Weir, il film unisce la fantascienza alla favola e, pur con qualche difetto risulta ben riuscito. Al cinema dal 19 marzo.

Una storia di solitudine che diventa incontro

Ryland Grace (Ryan Gosling) si risveglia da solo su un’astronave, senza memoria e senza alcuna certezza sul proprio passato. La prima parte del film abbraccia questa condizione con un tono drammatico e quasi claustrofobico: un uomo isolato nello spazio, circondato da una tecnologia che non sempre sembra collaborare e da un silenzio che pesa come un macigno. L’atmosfera richiama volutamente quella di altri racconti di solitudine cosmica – Passengers è un riferimento quasi inevitabile – ma qui l’assenza di ricordi aggiunge un livello di vulnerabilità che rende Grace un protagonista più fragile, più umano.

A poco a poco, frammenti di memoria ricostruiscono il contesto: la crisi energetica causata dagli astrofagi, la figura inflessibile e visionaria di Eva Stratt (Sandra Hüller), e la missione disperata verso l’unica stella che sembra resistere alla minaccia. È un racconto che parte come fantascienza rigorosa, quasi cronachistica, ma che cambia pelle quando Grace scopre di non essere l’unico a combattere quella battaglia.

Il cuore emotivo del film è proprio la relazione tra Grace e Rocky. La loro collaborazione ricorda alcuni dei momenti più intensi della fantascienza televisiva, come l’episodio Il nemico di Star Trek: The Next Generation, in cui Geordi La Forge e un soldato romulano sono costretti a cooperare per sopravvivere. Anche qui, l’ambiente ostile e la necessità di trovare una soluzione comune diventano il terreno su cui nasce un rispetto reciproco che trascende le differenze biologiche e culturali. Il film gioca anche con un’ironia affettuosa: Grace chiama l’alieno “Rocky” e ribattezza il pianeta “Adriana”, un doppio omaggio cinematografico che aggiunge una nota di umanità e leggerezza al loro rapporto.

Interpretazioni solide, qualche limite narrativo

Ryan Gosling offre una prova intensa e misurata. Il suo Grace è un uomo comune catapultato in una situazione straordinaria, e l’attore riesce a bilanciare vulnerabilità, ironia e determinazione. La sua capacità di rendere credibile un rapporto con un essere alieno è uno dei pilastri emotivi del film. Sandra Hüller, nel ruolo di Eva Stratt, porta sullo schermo un personaggio complesso, autoritario ma non privo di umanità. La sua presenza è incisiva, anche se confinata, giocoforza, soprattutto ai flashback, lasciando intuire un potenziale drammatico che avrebbe meritato più spazio.

Il resto del cast sostiene bene la narrazione, ma la centralità assoluta della missione e del rapporto Grace–Rocky lascia poco margine allo sviluppo dei personaggi secondari. È una scelta coerente con la struttura del film, ma che limita la possibilità di costruire un vero racconto corale.

La durata di 156 minuti si fa sentire: alcune sequenze si dilatano più del necessario, e il ritmo non sempre mantiene la stessa tensione. Inoltre, alcune soluzioni tecnologiche – come la rapidità con cui l’IA della nave decodifica la lingua aliena pur ignorando domande basilari di Grace – possono lasciare perplessi. L’assenza della voce narrante e del diario presenti nel romanzo toglie un po’ di profondità psicologica, ma la sceneggiatura di Drew Goddard riesce comunque a rendere chiaro il percorso emotivo del protagonista.

Regia e immagini che danno forma alla speranza

Phil Lord e Christopher Miller sorprendono con una regia matura, capace di alternare realismo scientifico e momenti di pura meraviglia visiva. Le inquadrature sono studiate con precisione, e la fotografia di Greig Fraser conferisce al film un’estetica che oscilla tra l’austerità degli interni della nave e la vastità dello spazio profondo (silenzi compresi). Gli effetti speciali sono integrati con grande naturalezza, soprattutto nella creazione di Rocky, nella sua semplicità e asimmetria, una delle creature digitali più espressive degli ultimi anni.

Le musiche di Daniel Pemberton accompagnano il viaggio con una colonna sonora che alterna tensione, lirismo e momenti più intimi, sottolineando la trasformazione emotiva del film. La scenografia di Charles Wood e i costumi di David Crossman e Glyn Dillon contribuiscono a costruire un universo credibile, dove ogni dettaglio sembra funzionale alla storia.

Il film, pur con qualche irregolarità, riesce a mantenere un filo conduttore chiaro: la speranza. La speranza che un gesto disperato – un “Hail Mary”, appunto – possa trovare risposta. La speranza che la collaborazione tra mondi diversi sia possibile. La speranza che l’ignoto non sia solo minaccia, ma anche occasione. Il titolo stesso, “Hail Mary”, richiama un gesto disperato ma carico di fiducia: un ultimo tentativo lanciato verso l’ignoto nella speranza di risolvere un problema terrestre. E in questo caso, arriva qualcosa, anzi qualcuno di inaspettato, una speranza non prevista.

Un’opera ambiziosa che crede nella collaborazione

Project Hail Mary è un film che parla di scienza, di sopravvivenza, ma soprattutto di alleanza. Non è perfetto, ma è sincero, visivamente affascinante e capace di trasformare un racconto di solitudine in una storia di fiducia reciproca. È un’opera che crede nella possibilità di superare i confini – biologici, culturali, emotivi – e che sceglie di guardare allo spazio non come a un abisso, ma come a un luogo dove l’incontro è ancora possibile.

In un mondo sempre più diviso da conflitti, questo film da voce a rapporti di pace e amicizia insperati e necessari. E’ apprezzabile come il film riesca a far convivere rigore scientifico e tenerezza, trasformando un viaggio disperato in un racconto di speranza che rimane impresso. Una fantascienza sicuramente non nuova nel messaggio e nella dinamica ma che, ultimamente si era un po’ persa nei ricordi degli appassionati e degli spettatori.

Voto: 7,9

Di Giuseppe Bonsignore

Fondatore di Cinematik.it nel lontano 1999, appassionato di Cinema occupa il suo tempo impiegato in un lavoro molto molto molto lontano da film e telefilm. Filmaker scadente a tempo perso, giornalista per hobby, recensore mediocre, cerca di tenere in piedi la baracca. Se non vede più di 100 film (al cinema) all'anno va in crisi d'astinenza.

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