Recensione in anteprima – A distanza di oltre vent’anni dal primo iconico capitolo che ha contribuito a una diversa visione della fantascienza, torna al cinema il quarto film di questa saga creata dalle ora sorelle Wachowski. Un nuovo sequel sicuramente migliore del precedente ma aggiunge poco al film originale regalando qualche autoironica considerazione su Hollywood e i sequel stessi. Al cinema dall’1 gennaio 2022.

La trama

All’interno di una simulazione realizzata perché un programma impari da se stesso, l’hacker Bugs (Jessica Henwick) osserva un rifacimento della fuga di Trinity (Carrie-Anne Moss) dalla polizia e dagli agenti dopo una telefonata. Quindi finisce inseguita a sua volta, ma uno degli agenti è in realtà un nuovo Morpheus (Yahya Abdul-Mateen II), programmato come tale da Thomas Anderson (Keanu Reeves) ma che ha assunto vita propria.

Thomas è l’autore della trilogia videoludica di grande successo di “Matrix” e ora gli viene chiesto dalla compagnia per cui lavora, ossia la Warner Bros, di realizzare un nuovo capitolo e di trovare un’idea tanto buona quanto il “bullet time”. Il suo solo vero interesse però è Tiffany (Carrie-Anne Moss), che vede spesso nel bar sotto l’ufficio, dove lei si serve insieme ai tre figli e al marito. Tiffany somiglia moltissimo alla Trinity del suo videogame, ma la loro sembra una storia d’amore impossibile finché… Morpheus non appare a Thomas offrendogli una pillola rossa.

Quello che potrebbe sembrare, inizialmente, un simil reboot in realtà è un vero e proprio sequel che non cancella i film precedenti, prende spunto e ripresenta concetti del film originale portandoli in una dimensione terza che è quella del videogioco. Matrix è quindi sia realtà fittizia sia il videogioco creato da Thomas Anderson cioè Neo nei tre film precedenti. Questa ulteriore complicazione è sicuramente un colpo di genio della regista Lana Wachowski per rendere fruibile e non banale riparlare di Matrix dopo vent’anni.

Autocitarsi e autocriticarsi

Alla fine di “Matrix Revolutions”, il terzo capitolo, sia le registe, sia Keanu Reeves rilasciarono interviste che escludevano la possibilità di rivedere altri film relativi alla saga. Warner Bros. ad un certo punto sembrava intenzionata a rivitalizzare il franchise con un reboot ma si giunse al 2019 con il richiamo della sola Lana Wachowski in regia e alla sceneggiatura per un nuovo capitolo. Lilly invece non ha preso parte al progetto per ragioni lavorative.

Matrix però perde altri pezzi importanti nel cast artistico. In questo “Resurrections” non partecipano Laurence Fishburne, il Morpheus originario e anche Hugo Weaving viene sostituito nel ruolo dell’agente Smith. Sostituzioni forzate, ruoli assegnati rispettivamente a Yahya Abdul-Mateen II e Jonathan Groff. Bravi attori ma non hanno lo stesso carisma complice anche una sceneggiatura che non rende loro lo spazio che meritano.

Nella prima parte del film, probabilmente la più divertente, “Matrix Resurrections” si prende quasi in giro e prende di mira tutta la questione dei sequel di film o videogiochi. Si parla di Matrix film, in Matrix film… una meta narrazione che coinvolge lo spettatore quasi a inserirlo nel film stesso. L’ironia è a tratti pungente e il gioco, seppur non originale, riesce.

Fuori dallo schema binario

Il rischio di questi progetti sequel a così tanta distanza dall’apparente fine della trilogia precedente è quello di diventare una semplice “Reunion” tra attori ripercorrendo qualche trama già vista. In alcuni punti “Matrix Resurrections” non sfugge a questo rischio. La parte centrale ripercorre la riscoperta di Neo, in maniera a tratti troppo rievocativa con persino spezzoni di film della precedente trilogia.

Scene che appaiono sullo sfondo, che vengono viste direttamente da Thomas Anderson/Neo e che devono essere, da lui, nuovamente reinterpretate per essere pronto ai successivi scontri. Scontri che sono pieni di quanto la trilogia ci ha abituato: molta azione, una scenografia di combattimenti ben curata ma senza quella qualità, novità o l’effetto “wow” che vent’anni fa è stato un marchio di fabbrica della saga.

“Matrix Resurrections” quindi si concentra su altri argomenti. L’amore sopito ma mai dimenticato tra Neo e Trinity è il motore della seconda parte del film e la ragione inconscia di vita di Neo nella prima parte. Il film si immerge anche con simboli, allusioni, riferimenti e “technobabble” nella questione dell’identità binaria… andando oltre la “pillola blu e la pillola rossa”. Esistono diverse e variegate vite che non possono essere descritte con un “1” o uno “0”.

Una nota a margine va riservata al villain di questo film. Lo psicologo interpretato da Neil Patrick Harris appare molto poco sviluppato e a tratti inconsistente a prescindere dalla bella interpretazione dell’attore.

“Matrix Resurrections” è un sequel che non centra pienamente la qualità artistica e tecnica del primo film, un nuovo capitolo che, forse, non serviva ma che riesce ad affermare la sua esistenza come qualcosa di nuovo anche se troppo ancorato al passato.

Voto: 6,6

Di Giuseppe Bonsignore

Fondatore di Cinematik.it nel lontano 1999, appassionato di Cinema occupa il suo tempo impiegato in un lavoro molto molto molto lontano da film e telefilm. Filmaker scadente a tempo perso, giornalista per hobby, recensore mediocre, cerca di tenere in piedi la baracca. Se non vede più di 100 film (al cinema) all'anno va in crisi d'astinenza.

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