Recensione in anteprima – Il regista Michael Sarnoski porta al cinema l’ennesima versione di Robin Hood. Si tratta di un Robin Hood totalmente inedito, estraneo al mito buono che molti conoscono ma comunque vero. Un “non” eroe raccontato in modo doloroso e profondo. Al cinema dal 12 agosto.

Il mito abbandonato

Robin Hood, il prezzo del sangue raccoglie l’eredità più cupa del personaggio leggendario: un uomo che non è eroe, non è simbolo, non è più ballata. Michael Sarnoski lo spinge verso una maturità dolorosa, costruendo un film imperfetto ma ambizioso che prova a ridefinire cosa significhi essere Robin Hood (Hugh Jackman), abbandonando completamente la tradizione romantica che lo ha accompagnato per secoli.

Nel 1247, in una Britannia gelida, fangosa e ancora percorsa da superstizioni ancestrali, Robin Hood vive ai margini del mondo. Invecchiato, segnato da una vita trascorsa a razziare e uccidere insieme a Little John (Bill Skarsgard), è diventato l’ombra del fuorilegge celebrato dalle ballate popolari. Braccato da chi desidera vendicare parenti e amici caduti sotto le sue frecce, tormentato dagli incubi e dal peso delle proprie azioni, intraprende un ultimo viaggio che assume progressivamente i contorni di una dolorosa espiazione.

Il film smonta totalmente il mito romantico di Robin Hood. La cinematografia, la televisione e la narrativa lo hanno quasi sempre raccontato come un uomo di animo nobile, pronto a difendere i deboli e combattere l’ingiustizia. Qui non c’è nulla di tutto questo. Robin è un uomo egoista, che ha vissuto crudeltà indicibili e che, per sopravvivere, ruba, saccheggia, uccide. Ha molti nemici, e molti sono i familiari degli uomini che lo cercano per vendetta. Hugh Jackman gli dà un volto sofferente, buio, estremamente provato: un uomo che sembra attendere una modalità giusta per lasciare un mondo che non lo ha mai accettato.

Il peso delle scelte e il prezzo del sangue

La prima parte del film è una discesa nell’orrore. Sarnoski costruisce un’atmosfera sporca, brutale, dove il sangue scorre e la violenza è costante. Il rischio di trovarsi davanti all’ennesima operazione che rende horror un mito popolare esiste, e la sensazione di un esercizio pretenzioso affiora. Ma il film non si ferma lì.

L’incontro con Little Margaret, interpretata da una straordinaria Faith Delaney, cambia registro. Per la sua età dimostra una capacità recitativa unica, e la sua presenza introduce un nuovo livello emotivo. Robin, che sembrava condannato a un percorso di autodistruzione, trova in lei un riflesso inatteso: non una redenzione immediata, ma un varco attraverso cui osservare ciò che resta della sua umanità.

Il rapporto con Suor Brigid (Jodie Comer) approfondisce ulteriormente la vicenda. Non è una guida salvifica, ma una figura che riconosce la spirale in cui Robin sta scivolando. I loro dialoghi servono a mettere in discussione le sue convinzioni, a mostrare quanto il peso delle scelte passate abbia deformato la sua identità. È un percorso che conduce verso un finale liberatorio, coerente con la natura tragica del personaggio.

Un nemico chiamato passato

Il conflitto centrale non è solo con gli inseguitori, ma con ciò che Robin è stato. Le responsabilità del fuorilegge divorano la sua vita, ridotta a frammenti. Il film mette in discussione l’idea del sacrificio totale: sopravvivere non significa annullarsi, ma affrontare ciò che si è fatto.

Bill Skarsgård interpreta un Little John lontano da ogni versione eroica, mentre Murray Bartlett dà vita a figure che incarnano la malattia, la vendetta, la memoria corrotta. Noah Jupe, Faith Delaney e Clive Russell contribuiscono a un mondo che non concede tregua. È una Britannia che non perdona, che non dimentica, che non offre rifugi.

Robin Hood, il prezzo del sangue regge bene l’azione dovuta al grosso intreccio di faide che si scatenano e regge anche bene un mondo, quello di quell’epoca, molto insicuro, pauroso e dove le alleanze tra uomini e famiglie erano labili e violente nelle loro conclusioni.

Meno leggenda, più carne, più terra

Il tono è più maturo e meno epico.  La durata è nella norma, con due ore che non si avvertono minimamente e con una buon equilibrio tra le parti e i generi presenti.

Sarnoski sorprende nella rappresentazione della Britannia: boschi cupi, paludi che sembrano inghiottire la luce, villaggi spogli e quasi deserti che vivono sospesi tra superstizione e miseria. È un mondo che riflette il desiderio impossibile di Robin di fermarsi e trovare pace, essere dimendicato, diventando quasi un’estensione del suo stato d’animo. Quando necessario, questo mondo si stringe attorno a lui, lo osserva, lo giudica, lo accompagna.

Molto efficace anche il linguaggio visivo: la macchina da presa insiste sui dettagli del corpo, sulle ferite, sulla fatica. Non è solo estetica: è la metafora di un’esistenza consumata, di un uomo che non distingue più ciò che deve fare da ciò che desidera. Ogni immagine diventa un segnale della sua instabilità interiore, rendendo più tangibile il conflitto che attraversa il film.

Voto: 6,5

Di Giuseppe Bonsignore

Fondatore di Cinematik.it nel lontano 1999, appassionato di Cinema occupa il suo tempo impiegato in un lavoro molto molto molto lontano da film e telefilm. Filmaker scadente a tempo perso, giornalista per hobby, recensore mediocre, cerca di tenere in piedi la baracca. Se non vede più di 100 film (al cinema) all'anno va in crisi d'astinenza.

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