Recensione in anteprima – Quarto lungometraggio per David Robert Mitchell e, anche in questo caso, il regista si occupa anche della sceneggiatura. Un film di fantascienza, un po’ horror e che non centra il bersaglio rendensosi troppo spesso involontariamente ridicolo. Molto curata la scenografia e gli effetti ma poco curata la scrittura, la recitazione e la storia.  Al cinema dal 12 agosto.

Un quartiere strappato alla realtà

La fine di Oak Street si apre con scene di festa condivisa in quartiere e scampoli di vita quotidiana tipica degli inizi degli anni ’80. Poi arriva l’evento cosmico improvviso che strappa l’intero quartiere dalla periferia e lo trasporta in un luogo sconosciuto. E trasporta il film in qualcosa che poteva essere interessante ma che, ben presto, si dimostra non esserlo.

David Robert Mitchell costruisce un disaster movie che punta molto sulla spettacolarità, sostenuto da un budget elevato e da una rappresentazione scenografica che giustifica ogni centesimo speso. L’idea di una comunità che si ritrova improvvisamente isolata, costretta a sopravvivere in un ambiente irriconoscibile, è il punto di partenza di un racconto che segue la famiglia Platt mentre cerca di orientarsi in un mondo che non assomiglia più a nulla di ciò che conosceva.

Anne Hathaway e Ewan McGregor interpretano Denise e Greg Platt, genitori che tentano di mantenere un equilibrio familiare mentre tutto attorno a loro si sgretola. Audrey (Maisy Stella) e Brian (Christian Convery) completano il nucleo familiare, offrendo il punto di vista dei più giovani di fronte a un evento che non ha spiegazioni. L’idea di fondo è anche interessante: una famiglia che deve restare unita per sopravvivere a un contesto che non offre alcun appiglio. La forza poi di rimanere unita in una situazione che già si stava sgretolando soprattutto tra marito e moglie.

Il limite tra tensione e involontaria comicità

Il film si presenta come un disaster movie estivo, con dinosauri e creature che popolano il nuovo ambiente in cui Oak Street è stata trascinata. La componente visiva è imponente, e Mitchell punta molto sull’effetto sorpresa. Tuttavia, la sceneggiatura non riesce a sostenere la stessa intensità delle immagini. Le idee sono poche e spesso sviluppate in modo che scivola involontariamente nella comicità, trasformando momenti che dovrebbero incutere paura in scene che strappano risate non volute.

Come nelle più classiche commedie fantascientifiche americane infarcite di mostri o animali pericolosi, i protagonisti sembrano incapaci di compiere scelte sensate. Non solo si cacciano nei guai con una facilità disarmante, ma prendono decisioni illogiche che mettono a rischio la loro stessa sopravvivenza e i loro affetti. Ciò che dovrebbe spaventare spesso fa ridere il pubblico, e il film si concede pause trash di dubbio gusto che spezzano la tensione e riducono l’impatto emotivo delle sequenze più drammatiche.

Attori del calibro di Anne Hathaway e Ewan McGregor sembrano sforzare eccessivamente una recitazione che appare svogliata, quasi come se fossero presenti solo per “timbrare il cartellino” e “fare cassa”. Il coinvolgimento emotivo è minimo, e questo pesa molto su un film che avrebbe bisogno di un forte ancoraggio umano per funzionare davvero.

Un intrattenimento che non lascia traccia

La sceneggiatura è infarcita di battute di basso livello, che raramente funzionano. Solo in pochi momenti il film riesce a costruire una buona atmosfera di paura o di meraviglia, ma si tratta di parentesi isolate che non riescono a sostenere l’intero racconto. Ci sono troppe cose senza senso, troppe scelte narrative che sembrano inserite per necessità più che per coerenza, e il risultato è un’opera che non aggiunge nulla alla fantascienza né alla cinematografia in generale.

Il tono generale è quello di un prodotto pensato per l’intrattenimento immediato, più adatto allo streaming casalingo che alla sala cinematografica. La durata è contenuta, ma il ritmo è irregolare e la qualità altalenante. La spettacolarità visiva non basta a compensare la mancanza di idee solide, e il film finisce per essere un’esperienza che si dimentica rapidamente.

La fine di Oak Street è un’opera che parte da un concept interessante ma non riesce a svilupparlo con coerenza. Rimane un disaster movie che punta tutto sull’impatto visivo, senza trovare un equilibrio tra tensione, emozione e credibilità narrativa. Il risultato è una delusione, soprattutto considerando il talento coinvolto.

Voto: 5,3

Di Giuseppe Bonsignore

Fondatore di Cinematik.it nel lontano 1999, appassionato di Cinema occupa il suo tempo impiegato in un lavoro molto molto molto lontano da film e telefilm. Filmaker scadente a tempo perso, giornalista per hobby, recensore mediocre, cerca di tenere in piedi la baracca. Se non vede più di 100 film (al cinema) all'anno va in crisi d'astinenza.

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