Recensione in anteprima – Dopo 7 anni dal precedente capitoloToy Story torna al cinema. Il capitolo 5 affronta il cambiamento non nei giocattoli, che restano immutabili, ma nel mondo che li circonda. È un capitolo che fa sorridere, commuove e mette a fuoco una nuova minaccia: non l’abbandono, ma la solitudine. Fedele a sè stesso e sempre nostalgico e poetico il film arriva nelle sale il 18 giugno.
L’isola dei Buzz
Il film si apre con una sequenza sorprendente: un container abbandonato su un’isola deserta si spalanca e da esso emergono decine di cloni di Buzz Lightyear (Tim Allen / Massimo Dapporto). La loro “evasione” è una miniscena d’azione che mescola comicità e malinconia: questi Buzz non hanno mai avuto un bambino, non hanno mai avuto uno scopo, e ora cercano disperatamente un comando stellare da seguire. Individuano in Jessie (Joan Cusack / Ilaria Stagni) e nella sua stella da sceriffa il simbolo di una missione che li trascende. È un inizio che cattura subito lo spettatore, perché restituisce la carica emotiva e l’energia iconica del personaggio di Buzz, pur declinata in una forma nuova e corale.
Parallelamente, il film introduce la nuova grande paura dei giocattoli: non più l’essere dimenticati perché i bambini crescono, ma l’essere soppiantati da un gioco virtuale. Bonnie (Scarlett Spears/Luna Tosti) riceve un tablet personale, e Jessie vede in quell’oggetto la minaccia definitiva. Non è più un videogioco occasionale, non è più una console condivisa: è un dispositivo che accompagna Bonnie ovunque, che la cattura, che la assorbe.

L’ombra lunga della tecnologia
Lillypad (Greta Lee / Katia Follesa), l’app-gioco che diventa la nuova “amica” di Bonnie, non ruba solo il tempo, ma la fantasia. È un personaggio digitale che promette amicizia immediata, senza fatica, senza attesa, senza costruzione. In pochi secondi Bonnie “entra” nel suo mondo, e in pochi secondi Lillypad diventa il suo riferimento principale. Ma è un’amicizia istantanea, superficiale, incapace di durare.
Il film mostra come la tecnologia possa sostituire non solo il gioco attivo, ma la capacità stessa di creare relazioni reali. L’era dei giocattoli sembra davvero al tramonto, e la paura di Jessie diventa la paura di tutti. Woody (Tom Hanks / Angelo Maggi), pur avendo un ruolo meno centrale rispetto ai capitoli precedenti, mantiene un apporto fondamentale: è lui a ricordare a Jessie che il valore di un giocattolo non è misurato dalla capacità di esserci quando quel bambino ne ha davvero bisogno. È un ruolo più silenzioso, ma emotivamente decisivo.
Toy Story 5 recupera la tradizione della saga: far ridere e piangere, alternando avventura e riflessione. Ma qui la riflessione è più esplicita, più urgente. Il film mette in scena la scomparsa del gioco reale, quello fatto di pomeriggi all’aperto, di fantasia condivisa, di mondi inventati attorno ai giocattoli. C’è un richiamo nostalgico ai giochi perduti, a quella genuinità che appartiene a chi è cresciuto senza schermi come mediatori costanti.

Gioco reale, memoria perduta e identità in crisi
In Toy Story 5 Jessie e Bullseye (Frank Welker / Gianluca Gazzoli) diventano il cuore emotivo del film. La loro relazione, già centrale in Toy Story 2, torna qui con una forza nuova: Jessie teme di non essere più necessaria, paura chge Pixar sa trattare con delicatezza. Il film affronta anche il bullismo digitale: Bonnie, immersa nel mondo di Lillypad, finisce in una chat dove alcuni bambini la deridono per il suo modo di giocare “da piccola”. È una scena breve ma incisiva, che mostra come la crudeltà possa filtrare attraverso uno schermo e colpire più duramente di un litigio reale.
Woody porta con sé un dettaglio che i fan riconosceranno subito: la “calvizie” sulla testa, già trattata come restauro in Toy Story 2, qui diventa motivo di battute e simbolo di un’usura che non è vecchiaia, ma memoria. È un modo elegante per ricordare che i giocattoli non cambiano, ma portano addosso i segni dell’amore ricevuto.
Il film parla della paura di rimanere soli. Una solitudine sociale: non essere “come gli altri”, non essere parte del flusso digitale. È una solitudine moderna, fatta di connessioni che non connettono, di amicizie istantanee che evaporano, di mondi virtuali che non lasciano spazio a quelli reali. Eppure Toy Story 5 non tradisce la sua vocazione: ribadisce valori semplici e profondi: rispetto, fantasia, amicizia, crescita, unicità, forza del gruppo, rivolti ai bambini ma anche agli adulti che ricordano cosa significava giocare davvero.

Tradizione, rinnovamento e misura di un quinto capitolo
Il film si inserisce nel solco della saga, riprendendo elementi di Toy Story 3 e tenendo conto degli sviluppi di Toy Story 4. L’avventura è dinamica, a tratti già vista, ma sempre sostenuta da un cuore emotivo autentico. La regia di Andrew Stanton e Kenna Harris mantiene equilibrio tra nostalgia e contemporaneità, mentre la sceneggiatura degli stessi affronta con chiarezza il tema dell’infanzia digitale.
La fotografia di Matt Aspbury e Jean Claude Kalache alterna colori vividi e atmosfere più intime, mentre il montaggio di Jennifer Neysa-Jew dà ritmo alle due linee narrative: quella dei giocattoli “storici” e quella dei Buzz cloni, che cercano un senso di appartenenza. Le musiche di Randy Newman riportano immediatamente nel mondo Pixar, con temi nuovi che dialogano con quelli storici.
Il cast vocale, sia originale che italiano, conferma una qualità altissima. Da Annie Potts / Cinzia De Carolis (Bo Peep) a Tony Hale / Luca Laurenti (Forky), da Keanu Reeves / Corrado Guzzanti (Duke Caboom) a Jordan Peele e Keegan-Michael Key / Nanni Baldini e Fabrizio Vidale (Bunny e Ducky), ogni personaggio ritrova la propria voce e la propria identità.
Curioso il caso di Sal Da Vinci, pubblicizzato ovunque per il personaggio di Pizza cu ’e llente, che però compare con sole due battute. Il film non rivoluziona la saga, ma la aggiorna con sensibilità, affrontando un tema che tocca tutti: cosa resta del gioco quando il mondo diventa uno schermo? E cosa resta dell’infanzia quando la fantasia viene delegata a un’app?
Toy Story 5 risponde con delicatezza: resta ciò che è reale, ciò che è condiviso, ciò che nasce dal tempo passato insieme. Resta l’amicizia. Resta il gruppo. Resta la capacità di immaginare.
Voto: 7,7