Recensione in anteprima – Ricchi… da morire (How to Make a Killing, 2025) si inserisce nella lunga tradizione delle storie sull’ascesa criminale legata all’eredità e alla satira sociale. John Patton Ford dirige un remake che affonda le radici nel romanzo di Roy Horniman e nel celebre Kind Hearts and Coronets, aggiornando la materia con un protagonista cresciuto nel trauma, nella privazione e in un mantra materno che diventa destino: ottenere la vita che ritiene di meritare. Al cinema dal 17 giugno.
L’eredità negata e la nascita di un anti-eroe
Becket Redfellow (Glen Powell) nasce da una madre appartenente a una famiglia ricchissima, ripudiata per aver rifiutato di abortire dopo una relazione con un musicista. Rimasto presto orfano, cresce tra famiglie affidatarie, aggrappandosi alla promessa materna di non arrendersi finché non avrà la vita che sente di meritare. Questo diventa il nucleo psicologico che guida ogni sua scelta, perché la sua identità si forma nella mancanza e nella percezione di un destino negato.
Il meccanismo ereditario stabilito dal bisnonno — nessun erede può perdere il diritto alla propria parte se chi lo precede muore prima — introduce una logica distorta che trasforma la famiglia in un terreno di competizione silenziosa. È una clausola che definisce l’intero universo narrativo: un mondo in cui la ricchezza diventa una condanna e un incentivo a comportamenti estremi. Becket, cresciuto ai margini, interpreta questa regola come l’unica possibilità di riscatto.
Glen Powell interpreta Becket con un equilibrio tra fascino e inquietudine, sostenuto da un cast ampio: Margaret Qualley, Jessica Henwick, Bill Camp, Zach Woods, Topher Grace, Ed Harris. La regia e la sceneggiatura di John Patton Ford mantengono un’impostazione lineare; la fotografia di Todd Banhazl alterna eleganza e ombre; il montaggio di Harrison Atkins sostiene un ritmo costante. La struttura rimane fedele al materiale originale: narrazione in prima persona, omicidi che scandiscono l’avanzamento del protagonista e un finale che tenta di chiudere il cerchio con un colpo di scena.

Satira e limiti del racconto
Il film mantiene un tono leggero anche quando affronta temi moralmente oscuri. La satira sulla ricchezza ereditaria e sulle famiglie aristocratiche funziona, e la narrazione procede con fluidità. L’impianto comico e la voce narrante di Glen Powell sostengono l’intrattenimento e accompagnano l’evoluzione del protagonista.
La ripetizione della dinamica omicidio–avanzamento rende però la struttura prevedibile. Gli omicidi risultano poco ingegnosi e privi di mordente, limitando la capacità del film di sorprendere. La progressione narrativa rimane chiara, ma raramente riesce a stupire, e questo indebolisce la forza complessiva del racconto. Il colpo di scena finale (il primo finale) è presente, ma compromesso da una falla logica e procedurale evidente, che indebolisce la credibilità interna del film. In un’opera che si regge sulla precisione dei meccanismi narrativi, questo elemento pesa e lascia una sensazione di incompiutezza.
Il personaggio interpretato da Margaret Qualley è trattato con un’eccessiva estetizzazione: la sua presenza scenica è sfruttata più come elemento decorativo che narrativo, con un’insistenza sulle sue qualità fisiche che non aggiunge nulla alla storia percepita dallo spettatore. Questo riduce la complessità potenziale del ruolo e crea un contrasto con la cura riservata ad altri personaggi. Nel complesso, il film scorre con facilità e mantiene un tono coerente, ma non raggiunge una vera incisività. L’intrattenimento è garantito, ma senza un impatto duraturo.

Il peso dei modelli e la misura di un remake
Inserito nella tradizione della commedia nera, “Ricchi… da morire” si confronta con modelli che hanno definito il genere attraverso eleganza, cattiveria e ingegno narrativo. “Kind Hearts and Coronets” rimane un riferimento proprio per la sua ironia e la costruzione impeccabile. Il romanzo di Horniman gioca con l’ambiguità morale del protagonista e con la critica alle classi privilegiate, offrendo una satira ancora attuale.
Il film di John Patton Ford aggiorna il contesto e modernizza la messa in scena, ma non raggiunge la raffinatezza dei suoi predecessori. La regia è solida, la fotografia curata e il cast ben diretto, ma manca quella scintilla che trasformerebbe il remake in un’opera necessaria. La critica sociale rimane in superficie, la satira non affonda e la costruzione degli omicidi non offre variazioni memorabili. Il risultato è un film piacevole, ben confezionato, ma privo di un vero guizzo.
L’opera si colloca in una zona intermedia: non fallisce, ma non eccelle; intrattiene, ma non sorprende; rispetta il materiale originale, ma non lo rinnova in modo significativo. È un film che aveva gli elementi per essere più incisivo, ma che si assesta su un livello di intrattenimento dignitoso. La sua forza risiede nella coerenza formale e nella qualità del cast, mentre la debolezza emerge nella mancanza di audacia narrativa. Questo lo rende scorrevole, ma gli impedisce di lasciare un segno profondo. Rimane un’opera godibile, costruita con cura, ma che non riesce a distinguersi davvero.
Voto: 6