Recensione in anteprima – Con Disclosure Day, Steven Spielberg torna alla fantascienza adulta dopo Ready Player One, abbandonando i mondi virtuali per un racconto più cupo, più terreno e più vicino al cinema dei suoi inizi. È un film che parla agli adulti di oggi, a quelli al potere e, soprattutto, a quelli al potere nella comunicazione. Gli “omini” grigi, presenti sulla Terra da decenni, diventano il dispositivo visivo e concettuale per mettere in risalto, in modo filosofico e pratico, paure, contraddizioni e speranze umane. Al cinema dal 10 giugno 2026.

Il fuggitivo, la meteorologa, il mondo che non comunica

Mentre il mondo è sull’orlo del collasso per una serie di crisi geopolitiche, in particolare nella penisola coreana, Daniel Keller (Josh O’Connor) è braccato dagli agenti di una misteriosa organizzazione guidata dallo spietato Noah Scanlon (Colin Firth). Vogliono recuperare ciò che lui ha rubato e impedirgli di diffondere le informazioni ottenute grazie alle sue straordinarie capacità informatiche.

In parallelo, Margaret Fairchild (Emily Blunt), volto delle previsioni meteo di Kansas City ma aspirante conduttrice, inizia a manifestare inspiegabili capacità linguistiche: prima parla russo, poi coreano, lingue che non ha mai studiato. I due sono destinati a incontrarsi, almeno secondo Hugo Wakefield (Colman Domingo), che li sostiene insieme a un gruppo di ribelli fuoriusciti dall’agenzia di Noah.

La prima parte fatica a decollare: l’azione c’è sin da subito, con inseguimenti, furti e sotterfugi, ma il tono e la tensione non sono ancora perfettamente calibrati. Spielberg sembra prendersi il tempo per posizionare i pezzi sulla scacchiera, mentre lo spettatore percepisce che il vero centro del film non è solo “cosa” sta accadendo, ma “come” viene taciuto, distorto, nascosto. Tra cose non dette che devono essere rivelate e silenzi protratti, è la comunicazione tra gli umani quella che manca da troppo tempo, infarcita di interessi egoistici, di potere e soldi, con la facciata del segreto

“perché altrimenti il mondo, la gente, potrebbe sprofondare nel panico”.

Quando la storia entra nel vivo, però, la tensione cresce, si fa più avvincente, più precisa e cadenzata, fino a esplodere in un finale che colpisce e chiude nel modo perfetto il film.

Il corpo… del controllo e della memoria

Visivamente Disclosure Day è un film meno colorato, più adulto, ancorato a un mondo reale che sembra costantemente sul punto di spezzarsi. Niente mondi virtuali, ma ambienti concreti, riconoscibili. È un ritorno a quel cinema del regista dei suoi inizi, ma che parla agli adulti di adesso: non più solo al bambino che guarda il cielo, ma a chi decide cosa mostrare e cosa nascondere.

La sceneggiatura intreccia il tema del controllo mentale e della manipolazione della percezione con una serie di riferimenti che non sono citazioni decorative, ma veri e propri assi portanti del discorso. Di quest’ultima serie è facile citare gli episodi “Gli occhi della mente” (4×24 Star Trek Next Generation) in cui i Romulani rapiscono Geordi La Forge e usano i suoi impianti neurali per manipolare la sua mente, impiantandogli falsi ricordi e controllandolo a distanza attraverso il suo visore e anche l’episodio “La spia” (4×14 Star Trek Enterprise) in cui l’Aenar (Andoriani emarginati e completamente cieci) di nome Gareb viene costretto a pilotare a distanza delle astronavi con la telepresenza. In X-Files queste capacità di controllo della mente a distanza affinchè la vittima compia azioni omicide o suicide è data dal personaggio Robert Patrick Modell che appare in “Pusher” (3×17) e “Kitsunegari” (5×8).

La mente diventa il vero campo di battaglia: ricordi, percezioni, decisioni vengono piegati, spinti, indirizzati, mentre la superficie del racconto resta quella di un thriller di fuga e inseguimento. Spielberg e Koepp parlano di un presente in cui la manipolazione non passa più solo per la forza, ma per l’informazione, per le immagini, per le narrazioni che ci vengono impiantate ogni giorno.

Il limite dell’enigma e la fede negli esseri umani

Nonostante la solidità del disegno complessivo, Disclosure Day non gira sempre a livelli elevati. Gli inseguimenti sono a tratti un po’ forzati e, soprattutto, uno è poco curato, risultando molto falso e poco naturale. Qualche esagerazione scenica c’è, così come alcune incongruenze, non spiegazioni e illogicità che lasciano lo spettatore con più domande di prima. Lo spettatore ha la sensazione che qualcosa sia volutamente non detto, ma anche che qualche nodo narrativo resti più confuso che misterioso.

Eppure, la maestria di Steven Spielberg si rivela un’altra volta nel modo in cui conduce lo spettatore per mano fino al punto preciso di un finale calibrato e commovente. È un percorso di avvicinamenti e allontanamenti, come quelli che vediamo sullo schermo tra i protagonisti, che si cercano, si perdono, si ritrovano. Il film sottolinea anche l’importanza della fede, sia quella cristiana, sia quella negli esseri umani che si tramuta in speranza positiva nonostante tutto.

Il personaggio di Jane (Eve Hewson) è per questo cruciale: è il punto in cui la fede non è fuga dalla realtà, ma scelta di continuare a credere in qualcosa di buono anche quando tutto sembra dimostrare il contrario. Le interpretazioni sono ottime: gli attori e le attrici coinvolte lavorano in modo compatto, senza che nessuno eccella in modo schiacciante sugli altri, ma mantenendo un livello medio-alto costante.

Tra citazioni, memoria e misura

Disclosure Day cita apertamente altri lavori di Spielberg, come AI in una scena suggestiva, poetica e anche divertente, e Minority Report per alcune dinamiche e atmosfere. Ma accanto a questi richiami interni alla sua filmografia, emergono con forza gli elementi chiaramente riconducibili a serie come X-Files, Stranger Things e Star Trek, e che il film sembra assumere come patrimonio condiviso dell’ immaginario.

Non è solo un gioco di rimandi: è un modo per collocare la storia dentro una tradizione di racconti sul controllo, sulla mente, sulla paura dell’altro e sul desiderio di superarla. Più che un semplice reboot della fantascienza spielberghiana, Disclosure Day è un film che si pone come opera matura, consapevole, capace di parlare al presente senza rinunciare alla memoria del passato.

Non è, per chi scrive, il film più bello e indimenticabile di Steven Spielberg, ma è un film ottimo, ben oltre la media dei film di fantascienza moderni. Accetta i propri limiti, li espone, li attraversa, e nel farlo riesce comunque a lasciare qualcosa allo spettatore: domande, certo, ma anche la sensazione che, nonostante tutto, la fede negli esseri umani e nella possibilità di comunicare davvero non sia ancora del tutto perduta.

Film perfetto per un’esperienza in 70mm in una sala che può sfruttare al meglio questa possibilità come la sala Energia di Arcadia Melzo

Voto: 7,8

Di Giuseppe Bonsignore

Fondatore di Cinematik.it nel lontano 1999, appassionato di Cinema occupa il suo tempo impiegato in un lavoro molto molto molto lontano da film e telefilm. Filmaker scadente a tempo perso, giornalista per hobby, recensore mediocre, cerca di tenere in piedi la baracca. Se non vede più di 100 film (al cinema) all'anno va in crisi d'astinenza.

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