Recensione in anteprima – Roma ’25 – Grand Public – La lezione affronta temi delicati ma lo fa con una costruzione narrativa che spesso si inceppa, lasciando emergere più le incoerenze che le tensioni. Stefano Mordini dirige un thriller che finisce per poggiare su scelte poco credibili. A salvarsi è soprattutto la prova attoriale di Matilda De Angelis. Al cinema dal 5 marzo.

Un contesto che isola

Il film si apre con il processo al professor Valder (Stefano Accorsi), assolto dopo il ritiro improvviso della denuncia da parte della presunta vittima. È un incipit che promette complessità morale, ma che si sgonfia rapidamente. Quando Valder chiede a Elisabetta (Matilda De Angelis) di rappresentarlo in una causa contro l’università che lo mobbizza, il suo rifiuto appare più un espediente narrativo che una scelta motivata: la diffidenza c’è, ma non è costruita con la forza necessaria per reggere il peso del conflitto.

L’ambientazione urbana e la casa in campagna in cui Elisabetta si rifugia funzionano come spazi di isolamento reale: luoghi che la separano dal mondo, amplificando la sua paura e la sensazione di essere braccata. Questo isolamento, a differenza di altri elementi del film, è efficace e credibile. Tuttavia, il contesto giudiziario che dovrebbe sostenere la storia non trova la stessa solidità.

Una protagonista “senza” strumenti

Il nodo più problematico del film è la gestione del personaggio di Elisabetta. Avvocata brillante, abituata a muoversi tra codici e misure cautelari, si sente perseguitata dall’ex compagno Daniele (Marlon Joubert), figura già condannata e allontanata. Ma lo stalker, in realtà, sembrerebbe un altro e la sua reazione è inspiegabilmente passiva: non utilizza quegli strumenti legali che conosce e che ha già usato in passato.

Questa incoerenza mina la credibilità del personaggio e dell’intera vicenda. La paura è raccontata attraverso segnali ambigui — una canzone che ritorna, un’ombra intravista — ma la sceneggiatura non riesce a trasformare questi indizi in una tensione psicologica coerente. O, almeno non sempre. Elisabetta sembra più vittima delle esigenze della trama che della minaccia reale.

Il punto più critico arriva quando pronuncia la frase:

«Tu devi pagare per tutti quelli come te.»

Una dichiarazione che stride profondamente con la sua professione. Un’avvocata dovrebbe distinguere colpe individuali e responsabilità personali, non confondere un uomo con una categoria indistinta come troppo spesso fanno alcune donne o la società che, ipocritamente, cerca di lavarsi la coscienza. È un momento che rivela non tanto la fragilità del personaggio, quanto la fragilità della scrittura che lo sostiene.

Ambienti e dettagli senza peso

Gli spazi che Elisabetta attraversa — le vie della città, l’ufficio, la casa in campagna — sono filmati con cura, ma raramente diventano parte attiva del racconto. Solo la casa isolata diventa teatro inquietante che cerca di ritagliarsi una dimensione determinante nella vicenda. La fotografia alterna primi piani intensi e campi più larghi, ma questa alternanza non sempre costruisce una tensione crescente: sembra più un esercizio estetico che un linguaggio funzionale.

Il sonoro, con la ricorrenza de La canzone dei vecchi amanti, vorrebbe essere un elemento perturbante, ma finisce per risultare ripetitivo. La minaccia resta sempre sullo sfondo, senza mai trovare una forma concreta o una progressione convincente. Le azioni di Elisabetta, spesso illogiche e dettate da un’inspiegabile impulsività, spesso non trovano sostegno empatico da parte del pubblico.

Temi importanti, sviluppo incerto

La lezione vorrebbe parlare di potere, vulnerabilità e soprattutto di violenza verso le donne, ma lo fa con una struttura narrativa che spesso si contraddice. Elisabetta, pur essendo una professionista abituata a confrontarsi con la legge, appare inspiegabilmente priva di risorse (anche economiche). Valder rimane una figura ambigua, ma la sua presenza non basta a dare spessore al conflitto. Daniele è un’ombra che ritorna, ma senza la forza necessaria per decifrarne il motivo della sua presenza.

A emergere, nonostante tutto, è la prova di Matilda De Angelis: intensa, controllata, capace di dare dignità emotiva a un personaggio scritto in modo poco realistico. La sua interpretazione è l’elemento più solido del film, anche se non riesce a colmare le lacune della sceneggiatura.

La lezione è un film che affronta temi necessari, ma lo fa con una coerenza intermittente e con una protagonista che sembra rinunciare alle sue competenze per esigenze narrative. Ne deriva un’opera che lascia più dubbi sulla sua costruzione che sulle questioni morali che vorrebbe sollevare.

Voto: 5,1

Di Giuseppe Bonsignore

Fondatore di Cinematik.it nel lontano 1999, appassionato di Cinema occupa il suo tempo impiegato in un lavoro molto molto molto lontano da film e telefilm. Filmaker scadente a tempo perso, giornalista per hobby, recensore mediocre, cerca di tenere in piedi la baracca. Se non vede più di 100 film (al cinema) all'anno va in crisi d'astinenza.

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