Recensione in anteprima – Roma ’25 – Grand Public – Rental Family, Nelle vite degli altri è un racconto intimo e trattenuto che esplora il confine fragile tra ruolo e identità, trasformando un lavoro insolito in una riflessione sul bisogno umano di essere riconosciuti. Presentato alla Festa del cinema di Roma sarà in sala dal 19 febbraio 2026.
Una città che osserva
Tokyo è il luogo in cui tutto accade, ma non come semplice sfondo: è un ambiente che accoglie e allo stesso tempo confonde, un labirinto ordinato dove le persone si muovono senza mai davvero incontrarsi. In questo contesto vive Phillip Vandarploeug (Brendan Fraser), un attore americano che da anni tenta di costruirsi una carriera in Giappone, tra lavori occasionali e una sensazione costante di sospensione. La sua vita cambia quando gli viene proposto un impiego in un’agenzia molto particolare: una società che fornisce “figure sostitutive” da assumere per le situazioni più diverse, dalle scuse familiari ai momenti di solitudine.
L’inizio del film è calibrato per farci entrare subito nella logica di questo mondo: Phillip, in un appartamento essenziale, prova battute che non gli appartengono, mentre la città scorre fuori dalla finestra. Il regista Hikari osserva gli spazi con attenzione — sale da tè, uffici anonimi, condomini silenziosi — trasformandoli in luoghi dove la vita reale e quella recitata si sfiorano senza mai sovrapporsi del tutto.
Parallelamente, il racconto introduce le figure che accompagneranno Phillip nel suo nuovo lavoro: Shinji (Takehiro Hira), collega pragmatico che conosce bene le regole non scritte dell’agenzia; Aiko (Mari Yamamoto), professionista rigorosa che affronta ogni incarico con una sensibilità controllata; e i clienti che, per motivi diversi, cercano un sostegno che non trovano altrove. È un mondo fatto di incontri brevi ma intensi, dove ogni relazione è destinata a durare il tempo di una scena, ma lascia comunque un segno.

Legami che sfuggono al controllo
Il cuore emotivo del film è il percorso di Phillip, un uomo che ha passato anni a interpretare ruoli senza mai sentirsi davvero parte di qualcosa. Fraser costruisce un personaggio che vive di esitazioni: un corpo che sembra voler occupare meno spazio possibile, uno sguardo che tradisce un bisogno di appartenenza che lui stesso fatica a riconoscere.
Con Mia Kawasaki (Shannon Mahina Gorman) Phillip si trova a superare quel confine che l’agenzia impone ma che la realtà rende difficile rispettare. La piccola Mia rapisce il cuore di Phillip che interpreta quel padre che non ha mai conosciuto su incarico della madre che deve dimostrare alla futura scuola di Mia la presenza di una figura paterna. È in questi momenti che il film mostra la sua forza: non nei colpi di scena, ma nella capacità di far percepire quanto sia fragile il limite tra ruolo professionale e coinvolgimento personale.
Shinji e Aiko rappresentano due modi opposti di affrontare questo lavoro: il primo con un distacco che sembra protezione, la seconda con una sensibilità che rischia di diventare vulnerabilità. Attraverso di loro, il film suggerisce che nessuno può davvero restare indifferente quando entra nelle fragilità degli altri. Hikari modula i tempi con attenzione, alternando momenti di quiete sospesa a improvvise aperture emotive, senza mai forzare la mano.

Gli spazi dell’intimità provvisoria
L’immensa città di Tokyo diventa un personaggio a sua volta: un luogo che offre anonimato ma anche la possibilità di reinventarsi. Ogni incarico di Phillip è un piccolo teatro. In ognuno di questi spazi, la regia costruisce un equilibrio tra distanza e vicinanza, tra ciò che è richiesto e ciò che emerge spontaneamente.
La fotografia alterna piani stretti sui volti — spesso attraversati da emozioni trattenute — e campi lunghi sulla città, con le sue luci fredde e i suoi spazi ordinati. Questa alternanza crea una tensione costante: i personaggi cercano intimità in un ambiente che sembra fatto per impedirla. Il sound design lavora sui dettagli quotidiani — porte scorrevoli, passi nei corridoi, rumori di stoviglie — trasformandoli in elementi che amplificano la sensazione di vivere in un mondo dove tutto è regolato, ma nulla è davvero stabile.
Kikuo Hasegawa (Akira Emoto), è un famoso attore in pensione, è il padre di una cliente che assume Phillip per far da compagnia a Kikuo. Attraverso di lui, il film suggerisce che la solitudine non è solo mancanza di compagnia, ma mancanza di riconoscimento. Phillip, al contempo, impara ad essere padre da Kikuo essendone un altro figlio aggiunto.

Il peso dei ruoli che scegliamo
Sul piano tematico, Rental Family – Nelle vite degli altri sceglie la misura e l’ambiguità come strumenti di verità. Non trasforma Phillip in un salvatore né i clienti in figure stereotipate: sono persone che portano addosso le conseguenze delle proprie fragilità. Il film lascia aperte le domande: cosa significa essere necessari a qualcuno? E cosa succede quando un ruolo “a pagamento” diventa più autentico della vita reale?
La regia di Hikari mantiene un equilibrio delicato tra osservazione e partecipazione, evitando giudizi e lasciando che siano i gesti minimi a raccontare la complessità dei personaggi. Fraser guida un cast che lavora compatto e unito, costruendo un mondo credibile fatto di compromessi, desideri inespressi e piccole verità che emergono solo quando qualcuno è disposto ad ascoltare. La sua interazione con la giovane Shannon Mahina Gorman, al debutto come attrice, è sincera e commovente.
I ruoli che interpretiamo per gli altri, anche quando sono temporanei, finiscono per rivelare qualcosa di noi. E a volte è proprio in quei momenti “a noleggio” che si nasconde la forma più sincera di connessione. Rental Family è un film che si dimostra molto bene la cultura giapponese: è sorprendente ma silenzioso, colpisce al cuore ma senza mai bisogno di urlare o ricatti emotivi. Film da non perdere.
Voto: 7,8