Recensione in anteprima – Roma ’25 – Best of – Presentato a Cannes e alla 20esima edizione della Festa del cinema di Roma, il regista Linklater ci porta nella Francia di fine anni ’50. Si tratta della storia che ha portato Godard al suo primo lungometraggio “Fino all’ultimo respiro”. Inizio della “Nuovelle Vague” di cinematografica importanza. Al cinema, in Italia, dal 5 marzo. 

(recensione di Cristian Scardigno)

La storia

Parigi. Francia. 1959. I Cahiers du Cinema sono ormai riconosciuti come punto di riferimento mondiale della critica cinematografica. Molti di loro hanno già esordito dietro la macchina da presa. François Truffaut ha appena terminato le riprese de I quattrocento colpi e sta per imporsi al Festival di Cannes. Jean-Luc Godard è ancora al palo, in attesa di girare la sua opera prima. Il mondo sta per accogliere quella nuova ondata di cineasti destinata a rivoluzionare il cinema francese e mondiale: la Nouvelle Vague.

Jean-Luc Godard

Richard Linklater porta sullo schermo uno spaccato dell’epoca ricostruendo le fragili e caotiche riprese di quello che diventerà il primo lungometraggio di Godard: Fino all’ultimo respiro. L’omaggio alla Nouvelle Vague e alla storia del cinema è presente fin dall’estetica: bianco e nero, formato 4:3, grana sporca, loghi e titoli che evocano la materialità della pellicola.

Ma è sulla figura di Godard che il regista americano concentra l’attenzione. Godard “il genio”, il febbrile teorico, tra gli ultimi dei Cahiers a esordire come regista, e – probabilmente insieme a Truffaut – quello destinato a diventare il più popolare fra i “giovani turchi”. Linklater ne mette in scena la passione sconfinata per il cinema, ma anche il cinismo, le ossessioni, l’intransigenza intellettuale.

Il film si muove attraverso citazioni trattate come “sacre scritture”, mostra quotidiani e riviste dell’epoca, richiama le recensioni dei Cahiers, fa snocciolare consigli dai grandi maestri (Rossellini, Melville, Bresson su tutti). Al centro resta però l’approccio radicale di Godard al cinema e, in particolare, al suo primo film.

Fino all’ultimo respiro

All’inizio, Fino all’ultimo respiro sembra una catastrofe annunciata. Gli attori coinvolti, già celebri — Jean-Paul Belmondo e Jean Seberg — osservano con perplessità e curiosità quell’intellettuale con alle spalle un solo cortometraggio e alcune esperienze nel montaggio documentaristico. Nessuno è consapevole di trovarsi di fronte a un momento di svolta per il cinema.

Il produttore Georges de Beauregard punta sul prestigio dei Cahiers e sulla presenza di Truffaut e Claude Chabrol tra gli autori e supervisori del soggetto per garantirne il successo. Ben presto, però, si scontra con l’eclettismo e l’unicità del Godard regista: le riprese sono selvagge, imprevedibili, dominate dall’istantaneità e dal protagonismo del suo autore.

Si rifiutano i dogmi produttivi classici, i dialoghi sono spezzati, il montaggio sarà frammentato. Sembra il set di un film amatoriale; diventerà un’opera fondativa del cinema moderno.

L’operazione Linklater

Con un andamento scandito dal jazz e un tono da commedia, il film di Linklater è più lineare rispetto all’opera godardiana. Se l’intento era replicarne l’estetica e la radicalità, farne un doppio stilistico, il risultato non è riuscito in pieno: il regista americano è più ordinato e leggibile, meno incendiario.

Questa distanza crea però un piccolo gioiello: un film profondamente cinefilo, dedicato alla figura dell’Autore e a coloro che per primi ne hanno riconosciuto la centralità nel sistema produttivo e culturale dell’epoca. Un film che dichiara un amore incondizionato non solo per il cinema, ma per l’atto stesso della creazione e per la libertà espressiva.

Voto: 7,5

Di Redazione Ck

Composta da studenti, lavoratori, mamme, semplici "mangiatori" di film, la redazione di Cinematik.it scrive per passione.... passione del cinema e di quanto ci sta attorno

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *