Recensione in anteprima –  Venezia ’25 – Fuori concorso – Mio fratello è un vichingo arriva nelle sale come una commedia nera che sa ridere dei suoi personaggi senza tradirli, oscillando tra demenzialità controllata e tenerezza inattesa. Un Mads Mikkelsen in strani panni, estremamente divertente e divertito. Presentato fuori concorso all’82esima edizione della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, approda al cinema dal 26 marzo.

La storia di un bottino e di un ritorno

La premessa è semplice e perfetta per una cronaca di famiglia al limite del grottesco: Anker (Nikolaj Lie Kaas) esce di prigione dopo quindici anni con un unico obiettivo pratico, recuperare un bottino sepolto, e con un obiettivo emotivo meno dichiarato, ma altrettanto potente: rimettere insieme i pezzi di una vita che ha preso una piega sbagliata.

Il regista Anders Thomas Jensen prende questa trama da commedia criminale e la trasforma in un racconto di rapporti umani, dove il denaro è più che un premio: è il pretesto per riaprire ferite, per mettere in scena un confronto che alterna rabbia, affetto e comicità involontaria ma estremamente ben gestita.

La sceneggiatura dello stesso Anders Thomas Jensen privilegia battute asciutte e situazioni che scivolano dal comico al malinconico con naturalezza con lampi di demenzialità controllata. La fotografia accompagna il tono senza mai rubare la scena ai protagonisti. Il risultato è un film che, pur parlando di cose serie, non si prende mai troppo sul serio: ride dei suoi personaggi ma lo fa con affetto, come chi conosce i difetti di famiglia e li racconta a tavola tra un boccone e una risata.

Due fratelli, due facce della stessa medaglia

Anker è l’uomo che ha pagato per il passato e che ora pretende di recuperare i soldi; la sua presenza è fatta di sguardi taglienti, di una calma che sa diventare minaccia e poi, in un battito, tenerezza. Nikolaj Lie Kaas gioca con la sua immagine pubblica: non è il duro monolitico che molti si aspettano, ma un uomo consumato dall’ossessione. La sua interpretazione è calibrata: sa quando alzare la voce e quando lasciare che un gesto banale dica più di un monologo.

Di fronte a lui, Mads Mikkelsen (Manfred/John “Lennon”) costruisce un personaggio che è un piccolo miracolo di comicità e fragilità. Manfred è l’uomo che da bambino si vestiva da vichingo e che oggi vive in una sorta di bolla identitaria: ruba cani per abitudine, cambia nome come si cambia cappotto, e sembra aver fatto della dimenticanza una strategia di sopravvivenza. Mikkelsen trova il tono giusto per rendere credibile un personaggio che potrebbe facilmente scadere nel macchiettistico; invece lo rende umano, imprevedibile e spesso esilarante.

La sua fisicità comica — movimenti improvvisi, pause sbagliate al momento giusto, salti inaspettati — è il contrappunto perfetto alla compostezza di Lie KaasL. La chimica tra i due attori è il motore del film: litigi che sembrano duelli teatrali, silenzi che valgono più di mille battute, e una complicità che emerge anche nelle scene più assurde. È un rapporto fraterno raccontato con la precisione di chi conosce le dinamiche familiari: protezione, competizione, rancore e, sotto tutto, un affetto che non sa come dirsi.

Dopo il ritorno

La casa nella foresta diventa il palcoscenico di una commedia che sa essere anche un piccolo studio psicologico. Il ritorno all’infanzia non è solo geografico: è un tuffo in abitudini, rituali e rancori che riaffiorano con la stessa imprevedibilità di una gag ben piazzata. Jensen sfrutta il contrasto tra la serietà del tema e la leggerezza della messa in scena: una scena che potrebbe essere drammatica si risolve in un momento di comicità nera, e viceversa.

Il ritmo cambia, rallenta quando serve per far emergere la vulnerabilità dei personaggi, accelera quando la situazione richiede una battuta o un gesto fisico che fa ridere e pensare allo stesso tempo. La regia non tradisce mai il tono: sa quando spingere sull’assurdo e quando fermarsi per lasciare che siano gli attori a parlare.

In questa parte il film mostra la sua capacità migliore: trasformare il banale in memorabile. Una discussione sul dove scavare diventa un duello di sguardi; una cena familiare si trasforma in un piccolo cabaret di tensioni represse che coinvolgono personaggi secondari. Jensen dirige gli interpreti con mano sicura, lasciando spazio all’improvvisazione controllata che alimenta il tono demenziale senza far deragliare la narrazione.

Il passato che scava

Il film non pretende di spiegare tutto: lascia spazio all’ambiguità, e in questo trova una sua forza. Le domande su perché Manfred si comporti così o su cosa abbia spinto i fratelli su strade diverse restano in parte senza risposta, ma questo non è un difetto: è una scelta che rispetta la complessità dei personaggi.

Le sequenze migliori sono quelle in cui il non detto pesa più di qualsiasi rivelazione, e dove una risata può nascondere un dolore. Qui emergono i piccoli dettagli che rendono il film vivo: le interpretazioni del cast, le caratterizzazioni al limite dei personaggi, la sceneggiatura divertente e frizzante. La colonna sonora accompagna con leggerezza e “Mio fratello è un vichingo” è una commedia che sa essere demenziale quando serve e profondamente umana quando decide di fermarsi.

Voto: 7,3

Di Giuseppe Bonsignore

Fondatore di Cinematik.it nel lontano 1999, appassionato di Cinema occupa il suo tempo impiegato in un lavoro molto molto molto lontano da film e telefilm. Filmaker scadente a tempo perso, giornalista per hobby, recensore mediocre, cerca di tenere in piedi la baracca. Se non vede più di 100 film (al cinema) all'anno va in crisi d'astinenza.

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