Recensione in anteprima – Con Sentimental Value, Joachim Trier torna a esplorare i territori dell’intimità familiare e della memoria, costruendo un film che ruota attorno a una casa e ai legami fragili che la abitano. Un’opera che non cerca la retorica, ma la verità minuta dei gesti, dei silenzi e degli spazi che conservano ciò che le persone dimenticano. In sala dal 22 gennaio 2026.
Una casa che custodisce tutto
Il film si apre con la casa: immobile, quasi sospesa, come se trattenesse il respiro. Joachim Trier la filma con un rispetto quasi religioso, lasciando che siano le pareti, gli oggetti, le luci del mattino a raccontare ciò che i personaggi non riescono a esprimere. È una casa che viene descritta come una persona che ascolta, sopporta, e vede silenzi e rumori della famiglia. Ogni dettaglio è un frammento di memoria.
Nora (Renate Reinsve) torna lì con passo esitante, come se temesse che la casa potesse riconoscerla e giudicarla. Nora, la sorella Agnes (Inga Ibsdotter Lilleaas) e il padre Gustav (Stellan Skarsgård) si ritrovano sotto lo stesso tetto dopo anni di distanza emotiva, costretti a confrontarsi con ciò che hanno perso e con ciò che non hanno mai avuto il coraggio di dirsi. Renate Reinsve interpreta questo ritorno con una delicatezza che colpisce: il modo in cui sfiora un mobile, si ferma sulla soglia di una stanza, osserva un oggetto che credeva di aver dimenticato. La casa diventa un personaggio, un archivio emotivo che non ha mai smesso di osservare.
Il confronto con Here di Robert Zemeckis nasce spontaneo: anche lì lo spazio domestico è il vero protagonista, un testimone silenzioso che attraversa il tempo mentre le vite cambiano. In Sentimental Value, la casa non attraversa secoli ma decenni e, soprattutto, attraversa le persone, e lo fa con la stessa forza: è un luogo che ricorda più dei suoi abitanti.

Padre, figlie e ferite aperte
Il ritorno di Gustav, padre assente e regista in crisi creativa, rompe l’equilibrio precario tra le due sorelle. Arriva con un progetto ambizioso: girare un film (semi) autobiografico proprio nella casa di famiglia, come se la finzione potesse riparare ciò che la realtà ha incrinato. È un uomo che ha sempre messo il lavoro davanti agli affetti, e ora tenta di recuperare terreno attraverso l’arte.
Come protagonista del suo film Gustav vorrebbe la figlia Nora, anche lei nel mondo della recitazione in quanto apprezzata attrice teatrale. Nora osserva tutto con un misto di diffidenza e desiderio: vorrebbe proteggersi, ma una parte di lei spera ancora che il padre la veda davvero. Renate Reinsve rende visibile questo conflitto in ogni sguardo trattenuto, in ogni parola che le resta in gola. Agnes, più pragmatica, cerca di mediare, ma anche lei porta addosso anni di silenzi e incomprensioni. Lei, in un film del padre, ha recitato quando era piccola ed ora è un’affermata psicologa.
Trier non giudica nessuno: lascia che siano i piccoli gesti a parlare. Una porta chiusa troppo forte, un pranzo che finisce in silenzio, un ricordo evocato nel momento sbagliato. È un film che conosce bene la fragilità dei rapporti familiari e la racconta senza melodramma, con un realismo che arriva dritto allo stomaco.

Ricordi messi in scena tra le stanze
Quando Gustav inizia a girare il suo film autobiografico dentro la casa, la realtà si piega alla rappresentazione. La troupe sposta mobili, cambia luci, ricostruisce momenti che appartengono alla memoria delle figlie. Al rifiuto di Nora di interpretare la protagonista del film, Gustav riesce a sostituirla con la famosa attrice Rachel Kemp (Elle Fanning). L’attrice, chiamata a interpretare una versione romanzata di Nora, diventa un elemento destabilizzante: una presenza estranea che occupa ricordi che non le appartengono.
Nora assiste alle ricostruzioni della propria infanzia come se guardasse un sogno altrui. Joachim Trier filma questi momenti con una delicatezza quasi dolorosa: la casa viene smontata e rimontata, proprio come i ricordi vengono selezionati, abbelliti, semplificati. È un processo che mette a nudo la distanza tra ciò che è stato e ciò che si vorrebbe fosse stato. Il regista riesce a usare le riprese in modo magistrale ricostruendo spesso brevi elaborati in pianosequenza e fantastiche inquadrature.
Il parallelo con Here si rafforza: se Robert Zemeckis mostra come un luogo possa contenere infinite vite, Joachim Trier mostra come un luogo possa contenere infinite versioni della stessa vita familiare vista dai diversi elementi che la compongono e l’hanno vissuta. La casa diventa un palcoscenico, un confessionale, un archivio. E Nora, costretta a guardare la propria storia da fuori, scopre pian piano il suo posto nel mondo, il suo posto a teatro, il suo posto nella vita della famiglia.

Abbandoni ritrovati
Nel finale, la casa torna al centro, svuotata ma ancora piena di ciò che è successo. Non c’è una riconciliazione totale, ma un fragile riavvicinamento: qualche parola in più, qualche silenzio in meno. Joachim Trier non promette guarigioni miracolose; suggerisce piuttosto che certe relazioni possono solo essere accettate nella loro imperfezione. Il tempo non guarisce, passa e Nora impara a convivere con ciò che è stato, ciò che è e, soprattutto con ciò che finalmente sarà.
Visivamente, Joachim Trier sceglie una colonna sonora e una sceneggiatura che lasciano spazio ai silenzi e alle inquadrature in primo piano soprattutto di Nora. Renate Reinsve regge il film con una prova intensa ma trattenuta, capace di far sentire quanto ogni oggetto, ogni stanza, ogni ricordo pesi sulla sua Nora. L’attrice conferma il suo enorme talento e la sua bravura così come il resto del cast restituisce un’ottima performance. Stellan Skarsgård, per il questo suo ruolo, ha ricevuto il Golden Globe come miglior attore non protagonista mentre il film ha vinto il Gran Prix speciale della giuria al Festival di Cannes
Sentimental Value è un film che resta addosso come un ricordo condiviso, un’opera che parla di ciò che resta quando tutto il resto cambia. Un film che parla soprattutto alle persone coetanee della protagonista. Quella fascia attorno ai 40 anni che, forse troppo spesso, deve ancora fare i conti con il proprio passato.
Voto: 8,2