Recensione in anteprima – Torino ’25 – Con Marty Supreme, Josh Safdie porta al cinema un biopic nervoso e pulsante che segue l’ascesa di Marty Mauser (Timothée Chalamet), giovane talento del tennistavolo nella New York degli anni ’50. Il film, liberamente ispirato alla figura reale di Martin Reisman, è anche ambizione, glamour e autodistruzione e non cerca la mera retorica sportiva. In sala dal 22 gennaio 2026.
Un tavolo che sembra un ring
Neon tremolanti, tavoli consumati, fumo sospeso nell’aria. È qui che Marty Mauser muove i primi passi, sfidando chiunque per pochi dollari e molta gloria personale anche a uno stratagemma tutto suo. Josh Safdie costruisce la tensione come se ogni scambio fosse un colpo da incassare o restituire: palline che sfrecciano come proiettili, silenzi improvvisi, esplosioni di rumore quando un punto cambia l’inerzia della partita.
La macchina da presa resta addosso a Chalamet, che interpreta Marty con una fisicità nervosa e magnetica. La racchetta vibra quando scatta in avanti, si ferma quando studia l’avversario, si abbassa quando il pubblico rumoreggia. Il suo volto, spesso ripreso nei momenti di pausa, racconta più delle parole: la fame di riconoscimento, la paura di essere un bluff, la seduzione del rischio.
La sala da ping pong diventa un luogo di passaggio obbligato: un ambiente che ostacola e protegge, che confonde e rivela. La meta è trovare un posto nel mondo, una realizzazione del proprio talento.

Il peso di chi si costruisce un mito
Safdie concentra il film sulla costruzione dell’identità. Marty Mauser non è un semplice atleta: è un ragazzo che si racconta di continuo, che gonfia le proprie imprese, che trasforma ogni vittoria in leggenda e ogni sconfitta in aneddoto. In questo, il film dialoga apertamente con la figura reale di Marty Reisman, showman del tennistavolo americano, famoso per l’eleganza, la parlantina e la capacità di trasformare ogni partita in spettacolo. La capacità, anche, di raggirare l’avversario di turno.
Chalamet interpreta un Marty che vive sospeso tra ciò che è e ciò che vuole sembrare. Ci sono momenti in cui vorrebbe solo giocare, altri in cui la teatralità diventa una corazza indispensabile. Safdie insiste sui rituali: la racchetta impugnata come un fioretto, la battuta pronunciata per distrarre l’avversario, il gesto plateale dopo un punto vinto.
Qui emergono le prime differenze con la realtà: il vero Reisman era un provocatore brillante, ma anche un atleta di altissimo livello, con cinque medaglie di bronzo ai Mondiali e una carriera solida nei tornei internazionali. Nel film, invece, i risultati sportivi vengono compressi e romanzati: Marty Mauser è più fragile, più incostante, più incline all’autosabotaggio. Safdie non vuole raccontare un campione, ma un ragazzo che si inventa un personaggio per sopravvivere. E il corpo di Timothée Chalamet lo incarna perfettamente tanto da conquistare il Golden Globe come miglior attore protagonista.

Voci, silenzi e colpi truccati lungo la strada
Attorno a Marty si muove una costellazione di personaggi che lo sostengono, lo sfruttano o lo mettono alla prova: manager improvvisati, usurai, compagni di club, familiari che non capiscono cosa significhi vivere di tennistavolo. Il regista lascia emergere volti e storie brevi che si intrecciano senza mai diventare protagonismi. C’è chi crede in lui, chi lo usa, chi lo avverte che il talento non basta.
Le decisioni tattiche scandiscono il ritmo del film: accettare una partita truccata o rifiutarla, firmare con uno sponsor che lo vuole “ripulito” o restare fedele al suo stile, puntare sui tornei ufficiali o sui money games notturni, le esibizioni per incassare alcuni soldi. Qui la realtà di Reisman affiora con forza: negli anni ’40 e ’50, il vero Marty giocava per soldi nei club di Manhattan, poteva guadagnare cifre importanti in una notte e costruì la propria fama proprio in quel sottobosco di scommesse e partite infinite.
Safdie però accentua il lato autodistruttivo: le partite clandestine diventano una spirale di dipendenza, mentre nella storia reale convivevano con una carriera di alto livello, che lo vide terzo al mondo, vincitore degli Open inglesi del 1949 e campione USA nel 1958 e 1960.

Sport e vita
Marty Supreme non è un trattato sportivo né una biografia pedissequa: è un racconto su cosa significa voler essere ricordati. E questa rincorso che Marty intraprende non è solo in ambito sportivo ma anche nella sua vita. Una vita che rincorre gli affetti familiari, che rincorre il suo amore Rachel (Odessa A’zion), una situazione economica migliore.
La realtà di Reisman è meno tragica: rimase per decenni una figura centrale del tennistavolo newyorkese, campione, autore, intrattenitore, difensore di un’estetica del gioco che rifiutava le mode delle gomme moderne. Safdie, invece, preferisce la sfumatura agrodolce del talento che paga un prezzo alto per il proprio mito.
Visivamente, il film sceglie un realismo nervoso: camera a mano, luci sporche, palline che saturano il suono più che l’immagine. Le sequenze più potenti sono quelle in cui la maschera di Marty si incrina: un respiro trattenuto prima di un match truccato, una risata che si spegne, uno sguardo perso su un tavolo vuoto. Il risultato è un film che prende la vita di Martin Reisman, la distorce, la semplifica, ma ne conserva il nucleo: l’idea che, a volte, il vero spettacolo non è il trofeo, ma il modo in cui scegli di giocare.
Voto: 7,7