Recensione in anteprima – Venezia ’25 – Orizzonti – In concorso – Con Komedi‑e elāhi (Divine Comedy), Alì Asgari firma il suo film più libero, ironico e politicamente tagliente: un’opera che trasforma la censura iraniana in un viaggio rocambolesco, a metà tra road‑movie, satira e dichiarazione d’amore per il cinema indipendente. In sala dal 15 gennaio.
Un Iran pieno di ribellione interiore
Bahram, interpretato con una naturalezza disarmante da Bahram Ark, è un regista azero‑iraniano che ha passato la vita a girare film nella sua lingua madre senza che nessuno di essi abbia mai visto la luce nelle sale del suo Paese. Asgari lo introduce in un ufficio del Ministero della Cultura, tra faldoni impolverati e funzionari che parlano per formule, mentre il suo ultimo film viene censurato con motivazioni sempre più assurde.
È un incipit che vibra di frustrazione e ironia: Asgari filma il volto di Bahram con un misto di rassegnazione e ostinazione, è il volto e l’esperienza vissuta sulla propria pelle proprio dallo stesso regista. Accanto a lui c’è Sadaf Asgari, nei panni dell’omonima produttrice, che tenta di mantenere la calma in un mondo che tenta in tutti i modi di schiacciarli.
Il regista trasforma questo momento in un’esplosione narrativa: la decisione improvvisa di Bahram di caricare la bobina del film sulla sua Vespa e partire clandestinamente per mostrarlo al pubblico. È un inizio che fa sorridere, ma che contiene già tutto il film: la ribellione, l’assurdo, la poesia che nasce quando qualcuno decide di non obbedire più.

Un mondo (assurdo) da decifrare
Quando Bahram e Sadaf iniziano il loro viaggio, l’Iran attorno a loro si fa più vasto, più contraddittorio, più vivo. Asgari filma strade polverose, villaggi remoti, città che sembrano sospese tra modernità e immobilismo. Ogni tappa è un incontro, un rischio, un piccolo miracolo.
Il film cambia ritmo quando i due si rendono conto che non basta mostrare il film: bisogna convincere le persone a guardarlo, proteggerlo, nasconderlo. È un momento struggente: la presa di coscienza che la censura non è solo un’istituzione, ma un clima, un’abitudine, una paura sedimentata nei suoi connazionali.
Da qui in poi, Divine Comedy diventa un racconto di ostinazione, di piccoli atti di libertà. Il tono resta sempre leggero, pieno di trovate visive che parlano direttamente allo spettatore senza mai cadere nel didascalico. Asgari trasforma ogni esperienza in un gioco filosofico. Bahram osserva tutto con una serietà buffa, con quella logica che nasce quando la realtà (assurda, ostile e burocratica) supera la fantasia.

Identità, resistenza e risate
Attorno ai protagonisti si muove un coro di figure del posto che sono quotidinamente normali ma, allo stesso tempo, incisive. Sono personaggi che fanno sorridere, ma che raccontano anche la fragilità dell’Iran attraversato da tensioni politiche e culturali profonde. E’ quell’Iran contemporaneo segnato da proteste, repressioni, contraddizioni sociali sempre più evidenti al mondo anche in questi giorni e che è presente in ogni inquadratura, senza mai essere esplicitato. Asgari non denuncia, osserva. E proprio per questo, forse, colpisce più forte.
Il film parla di identità senza mai diventare pesante. Bahram, che per anni ha parlato una lingua che il suo paese non voleva ascoltare, attraversa metamorfosi che sono insieme comiche e dolorose: da regista invisibile a narratore clandestino. La sua voce, la sua opera, il suo racconto è il filo che tiene insieme tutto.
Il film è pieno di momenti irresistibili e, a tratti, grotteschi: Bahram che tenta di spiegare il suo film a un pubblico che non ha mai visto un cinema, Sadaf che improvvisa una strategia per sfuggire ai controlli, i due che ridono dell’assurdità del mondo mentre la Vespa arranca su una salita impossibile.

Il loro (e nostro) bisogno di libertà
Divine Comedy è un’opera che ride della censura senza mai ridicolizzare chi la subisce, che celebra la dignità delle persone comuni come un territorio sacro dove tutto è possibile. È un film che fa bene al pubblico: restituisce lucidità, empatia, respiro.
Visivamente, il film è un gioiello di sottrazione. La regia asciutta, quasi documentaristica, permette ad Asgari di creare un mondo che sembra reale, ma che si muove con la fluidità di un sogno inquieto. Le scene più riuscite sono quelle in cui la realtà si piega all’assurdo: proiezioni in cortili illuminati da una sola lampadina, strade che sembrano non finire mai, volti che cambiano come stati d’animo.
Il film sa quando far ridere, quando far sospirare, quando lasciare spazio al silenzio. Sa quando commuovere. Sa quando è il tempo di indignarsi e ribellarsi. Divine Comedy è un’opera luminosa e amara, capace di parlare agli spettatori con una sincerità disarmante. È un film che ti rimane addosso come un’esperienza vissuta: ironica, un po’ assurda, e sempre più necessaria in questi giorni.
Voto: 7,2