Recensione – Attraverso un’interessante struttura a incastro, il film di Dominik Moll, presentato alle Giornate degli Autori della Biennale di Venezia 2019, offre un racconto che è allo stesso tempo un’intrigante puzzle da risolvere e un profondo spaccato sociale. Il film è uscito nelle sale il 12 maggio. 

La trama

Lozère, sud della Francia. Una donna sparisce misteriosamente durante una bufera di neve. La polizia trova la sua macchina sul ciglio di una strada e comincia ad indagare sui possibili colpevoli. Tra i sospetti ci sono Alice, assistante sociale, suo marito e il suo amante. Vivono tutti e tre lontani dal resto dal mondo. Poco prima, a Sète, una cameriera si era innamorata della vittima e ha cercato in tutti i modi di far funzionare il loro amore proibito. Infine, un ragazzo dell’Abidjan che tenta di uscire dalla miseria si ritroverà, anch’esso, coinvolto in questo caso. Le loro vicende si intrecciano e il puzzle è difficile da ricomporre. Tutti nascondono un grave segreto… ma chi ha ucciso Evelyne Ducat?

Cinque punti di vista per un unico mistero  

Tratto da un romanzo di Colin Niel, l’ultimo film di Dominik Moll racconta il mistero della sparizione di Evelyne Ducat (Valera Bruni Tedeschi) attraverso i punti di vista di cinque personaggi. Non assistiamo dunque a una vera e propria indagine, bensì a un affresco che include le vicende di cinque personaggi che seguiamo andando avanti e indietro nel tempo.

La protagonista del primo capitolo, Alice (Laure Calamy), diviene quindi un personaggio secondario nei capitoli successivi, e viceversa figure che inizialmente sembrano di contorno acquistano il centro della scena mano a mano che il film procede. Se l’ambientazione tra le nevi delle montagne francesi ricorda dunque Fargo, capolavoro dei fratelli Coen, questa struttura a incastro, che include personaggi provenienti da aree geografiche diverse – tutti però in qualche modo collegati alla sparizione di Evelyne – assomiglia invece a quella dei film della Trilogia della morte diretti da Alejandro Gonzalez Inarritu e scritti da Guillermo Arriaga (Amores Perros, 21 grammi e Babel).

L’alternanza dei punti di vista offre un’intrigante varietà di situazioni narrative e soprattutto mantiene sempre viva l’attenzione dello spettatore, curioso di capire in quale modo ogni capitolo si ricollega al mistero principale. Anche perché il mistero in questione è davvero avvincente e la sua risoluzione nient’affatto scontata.

Una storia di solitudini     

L’ambientazione nevosa non è solo il contesto ideale per una storia di mistero, ma è anche un riflesso della solitudine che caratterizza tutti i personaggi principali dalla vicenda: abbiamo Alice, assistente sociale desiderosa di dare e ricevere affetto ma imprigionata in un matrimonio che non le dà più nessuna gioia; Joseph, il suo amante, un uomo solitario ed emarginato, preda dei suoi demoni interiori; Michel, il marito di Alice, che cerca un rimedio alla solitudine nelle chat online; Armand, un ragazzo ivoriano disposto a tutto per uscire dalla povertà; Marion, una giovane cameriera con un’enorme fame d’amore.

Figure di provenienza geografica e di estrazione sociale diverse, ma accomunate dal desiderio di abbandonare il proprio grigiore esistenziale, di trovare qualcosa o qualcuno che possa illuminare e dare un senso alle loro vite. Eppure ciascuno rimane sempre irrimediabilmente concentrato su sé stesso: ogni punto di vista è parziale, ogni personaggio legge la realtà con i propri occhi, alla luce dei propri bisogni, dei propri desideri, e questo comporta tutta una serie di incomprensioni e di equivoci che finiranno per degenerare.

La verità, insomma, è preclusa ai nostri protagonisti, tutti vittime dei loro piccoli mondi; solo lo spettatore, al termine dell’ultimo capitolo, avrà una visione completa di quel che è accaduto.

Only the Animals riesce dunque a fondere sapientemente le sue due anime: avvincente racconto giallo, ma anche interessante spaccato sociale. Mai come oggi siamo tutti connessi, eppure mai come oggi siamo tutti soli.

Voto: 7,8 

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