Recensione in anteprima – Venezia 78 – In concorso – Il cinema italiano mostra il suo volto migliore a Venezia: dopo Sorrentino anche Martone si presenta alla mostra del cinema con un ottimo film che racconta Eduardo Scarpetta, padre di Eduardo De Filippo. Al cinema dal 9 settembre, probabile candidato ai premi lagunari.

Teatro e vita

Eduardo Scarpetta (Toni Servillo) è forse il più grande artista comico del paese. Con la propria maschera di Felice Sciosciammocca egli è riuscito a soppiantare pulcinella nell’immaginario comune napoletano e a farsi idolo del pubblico, che lo rende così celebre e campione di incassi. Eduardo è un uomo di genio artistico, ma egoista e cinico. Ci vengono presentate subito la moglie e figli, l’amante dichiarata e quella sospetta, i figli non riconosciuti a cui fa da “zio” e una moltitudine di altri personaggi, sui quali aleggia costantemente il dubbio siano altri prodotti della sua bramosia sessuale.

La famiglia di Scarpetta è dunque vasta e diversificata; egli cerca di non far mancare nulla ai figli legittimi e no, riuscendo però a conquistare ciò che gli permette il denaro e la caratura attoriale, mancando nella parte affettiva genitoriale.

Lo scopo del capofamiglia è quello di provvedere alle future generazioni lasciando in eredità la maschera che lo ha portato al successo; difatti, i piccoli della famiglia si tramandano l’iniziazione artistica mediante l’interpretazione di Peppiniello, personaggio dell’opera Miseria e Nobiltà. Titina (Marzia Onorato), Eduardo (Alessandro Manna) e Peppino (Salvatore Battista) De Filippo sono figli mai riconosciuti da Scarpetta che, come sappiamo, saranno in grado di farsi amare da tutto il paese per le loro doti di scrittura e interpretazione teatrale.

La svolta nella vicenda avviene nel momento in cui a seguito di un viaggio a Roma, Scarpetta assiste alla messa in scena dell’ultima opera (La figlia di Iorio) di Gabriele D’Annunzio (Paolo Pierobon), colui che viene ritenuto il più grande poeta d’Italia. Il comico decide di parodiare lo scritto di D’Annunzio e dopo averne avuto il consenso verbale, porta a teatro la sua versione, Il figlio di Iorio. La prima del suo nuovo spettacolo è però un fiasco a causa della partecipazione tra il pubblico di scrittori amici di D’Annunzio che provocano gli spettatori contro l’opera; non è chiaro se la ribellione del pubblico sia da attribuire solo a queste insorgenze o se esse siano solo la scintilla su un polveriere generato dal basso valore della parodia. La questione tra Scarpetta e D’Annunzio finisce in tribunale, per un’udienza che viene ricordata come la prima vera questione giuridica in merito ai diritti d’autore e al loro utilizzo per la parodia, e dove finisca essa e inizi il plagio.

Cinema e vita

Nonostante la durata del film sia abbondante – forse eccessiva – esso scorre senza interruzioni e rallentamenti, mantenendo l’interesse dello spettatore sempre vivo. Uno dei maggiori pregi del film è il reparto tecnico: costumi, scenografie, colonna sonora (solo canzoni napoletane d’epoca) e la fotografia accompagnano i primi anni del 1900 senza mai tradirli, restituendone i decori e le contraddizioni.

Toni Servillo regala una delle sue migliori interpretazioni – si è ormai perso il conto delle migliori interpretazioni di Servillo, che meriti la Coppa Volpi? – dopo anni di sodalizio artistico con il regista che li hanno visti collaborare tanto a teatro quanto per il cinema, regalando una rappresentazione di Eduardo Scarpetta profonda e stratificata, rendendone chiaro il genio artistico e le capacità oratorie e attoriali, mettendone allo stesso tempo a nudo le fragilità e mancanze. Un lavoro onesto e difficile, investigativo ma rispettoso.

Cinema e arte

Mario Martone è un maestro del cinema italiano. Lo è perché il suo cinema è sempre riconoscibile dalla scrittura autoriale e da una regia decisa e puntuale. Lo è perché racconta l’Italia e gli italiani come pochi sanno fare oggigiorno. Lo è perché le sue opere non sono da meno di quelle che siamo soliti elogiare all’estero, nella ricostruzione di un evento storico o nel raccontare un personaggio. I film di Martone, e Qui rido io in particolare, eccellono nella messa in scena, nella ricostruzione storica, nelle prove attoriali e nella regia.

L’operazione di cui stiamo parlando non è simile alle produzioni americane che intraprendono l’ardua definizione di personaggi celebri nei cosiddetti biopic, bensì essa è la scelta di raccontare un’epoca e le persone che l’hanno vissuta, attraverso le vicende di una figura di spicco della nostra storia. Non vi è commiserazione nei confronti di Eduardo Scarpetta, non si indugia sugli aspetti morali dell’individuo: si narra ciò che è stato. Come il gruppo di scrittori detrattori di Scarpetta suggerisce, non si tratta di qualcosa di personale contro il capocomico, bensì di stabilire cosa sia giusto e cosa no, cosa sia parodia e cosa plagio.

Qui rido io è un’opera maestosa che si domanda circa il concetto di paternità. Tanto in campo artistico che familiare la paternità di un’opera o di un figlio come si dimostra? Come si ottiene? Parodiare una pièce e farla propria la rende un’opera nuova? Concepire un figlio e poi vederlo di rado basta a definirsi suo padre?

Voto: 7.5

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