Notturno (2020)

Recensione in anteprima – Venezia 77 – In concorso – Dopo il trionfo nel 2013 con il Leone d’oro per “Sacro GRA” e l’Orso d’Oro a Berlino nel 2016 per “Fuocoammare”, Gianfranco Rosi torna al Lido con “Notturno”. Un nuovo documentario, in concorso, sulla vita raccolta nei tre anni ai confini tra Iraq, Siria, Libano e Kurdistan. Parlano le immagini, vere e proprie cartoline fotografiche che fanno da sfondo alla guerra, ai rapimenti, ai soldati. Al cinema dal 9 settembre.

Un documentario di confine

Resoconto per immagini di tre anni di ricerca trascorsi lungo le zone di confine tra Siria, Libano, Iraq e Kurdistan. In nome di un’idea di Medio Oriente privo di linee separatrici ma scavato dalle ferite di guerra e occupazione, varie storie di umanità si intrecciano: un cacciatore in barca tra i canneti e una squadra di guerrigliere in pattuglia, un ragazzo che lavora a giornata per aiutare la famiglia e dei soldati a un posto di blocco.

Uno spettacolo teatrale messo in scena dai pazienti di un ospedale psichiatrico e una maestra elementare che fa terapia di classe. Madri che hanno perso figli e figlie prigioniere che comunicano con le madri. Tra luce e oscurità, un mondo che resiste e reclama il suo quotidiano.

Gianfranco Rosi allarga così gli orizzonti spaziali passando dalle dinamiche di una città e dalla realtà di un’isola agli incubi quotidiani che costituiscono al vita delle popolazioni di quei quattro paesi mediorientali.

La fotografia, l’immagine oltre le parole

Ciò che colpisce in maniera positiva del documentario “Notturno” è la bellissima fotografia. Si tratta di immagini spettacolari, di giochi di ombre, di colori spesso caldi, di luci al tramonto e all’alba. Il notturno è evidenziato da una precisa esaltazione del buio che fagocita la luce, spesso flebile, spesso disturbata dagli spari delle mitragliatrici nella notte.

Corrono e marciano i soldati sin dall’inizio e si ritrovano in molte scene. Il regista ci avverte solo, con un primo cartello scritto e silenzioso che siamo in medi oriente, ma non viene mai precisato il paese, la città, di quale confine o popolo viene riprodotto.

Rosi lascia parlare le immagini, non si interessa di dare delle coordinate spazio temporali precise proprio perchè la situazione, in quelle zone, è sempre molto dinamica, fluida, cangiante oltre a una condizione di base, quella umana che dovrebbe prevalere al di là dei confini.

“Notturno” si discosta dal documentario puro, tutte le scene sono progettate e montate con un preciso motivo ma non costituiscono mai un racconto unico. Non esiste una voce fuori campo, non esiste nessun personaggio che spiega il suo punto di vista tantomeno quello del regista.

Le parole all’interno dei racconti

Il racconto viene affidato ai lamenti delle madri per la morte prematura dei figli rapiti e uccisi o morti durante la prigionia o gli scontri a fuoco. La narrazione passa attraverso le normali pratiche quotidiane con il sottofondo imperante di spari o di ricordi dei momenti di prigionia da parte dell’ISIS.

Largo spazio viene dato alle parole dei bambini. Questi riportano quanto hanno vissuto anche in disegni macabri che vengono spiegati alle telecamere. E’ chiara la costruzione di queste scene che, in ogni caso, non lasciano indifferenti e non diminuiscono l’impatto emotivo.

“Notturno” ha il pregio di essere un documentario fruibile, senza filtri, indirizzato nell’organizzazione delle scene ma sempre sincero in quanto accade. E’ un nuovo modo di vedere certe realtà al di là delle scene sensazionalistiche che attraversano i vari tg.

Voto: 6,9

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