Recensione in anteprima – Venezia ’25 – In concorso – Lo straniero di François Ozon è un adattamento rigoroso e ipnotico del romanzo di Camus, che punta su un’estrema essenzialità visiva e sulla freddezza emotiva del suo protagonista. L’ambizione è evidente, e il film alterna momenti di grande potenza formale a passaggi più distanti, pur rimanendo un’opera che tenta con coraggio di tradurre in immagini l’assurdo e l’alienazione dell’esistenza. In sala dal 2 aprile 2026.
Un racconto glaciale, coerente, ma a tratti respingente
Algeri, fine anni ’30. Meursault (Benjamin Voisin) vive una vita scandita da gesti minimi, abitudini ripetute e un distacco emotivo che sfiora l’apatia. La morte della madre non lo scuote, la relazione con Marie (Rebecca Marder) è fatta di leggerezza e assenza di prospettive, e le tensioni con il vicino Raymond (Pierre Lottin) lo trascinano in un delitto assurdo, compiuto quasi senza intenzione. Da quel momento, Meursault diventa un estraneo non solo alla società, ma anche al proprio destino, osservato e giudicato più per ciò che non prova che per ciò che ha fatto.
François Ozon affronta questo percorso con un approccio che vuole essere insieme letterale e sensoriale. Il regista predilige l’immagine in bianco e nero suggestiva e formale. La prima parte del film è asciutta, quasi documentaria, mentre la seconda si apre a una dimensione più astratta, in cui il processo diventa un teatro dell’assurdo. Tuttavia, questa scelta stilistica non sempre trova un equilibrio: alcune sequenze risultano eccessivamente rarefatte, altre si dilatano fino a perdere tensione, e il ritmo complessivo ne risente rimanendo pur coerente con l’apatia del protagonista.
Il film cerca di rendere accessibile un protagonista volutamente opaco, ma non sempre ci riesce. La complessità filosofica del romanzo – l’assurdo, l’indifferenza, la ribellione silenziosa – richiederebbe un respiro narrativo più ampio, mentre qui resta spesso affidata a sguardi, silenzi ed ellissi più che a un vero approfondimento drammaturgico.

Il bianco e il nero dei personaggi
Benjamin Voisin offre una prova controllata e coerente. Il suo Meursault è un corpo che attraversa il mondo senza lasciarsi attraversare, un uomo che non cerca giustificazioni né redenzione. L’attore lavora su micro-espressioni, rigidità, posture che raccontano più dell’assenza che della presenza. È una scelta rischiosa, che in alcuni momenti affascina e in altri può risultare respingente, ma che rimane fedele allo spirito del romanzo.
Rebecca Marder porta calore e fragilità nel ruolo di Marie, mentre Pierre Lottin costruisce un Raymond ambiguo e inquieto. Denis Lavant, nei panni di Salamano, regala una delle interpretazioni più incisive, capace di condensare in poche scene un’intera vita di miseria e affetto distorto. Tuttavia, la centralità assoluta di Meursault lascia poco spazio allo sviluppo degli altri personaggi, che restano figure funzionali al suo percorso più che individui autonomi.
Le dinamiche del processo – con il giudice (Christophe Malavoy), il procuratore (Nicolas Vaude) e l’avvocato (Jean-Charles Clichet) – sono costruite con rigore, ma spesso più come simboli che come persone. È una scelta coerente con l’impostazione del film, ma che riduce la possibilità di un vero racconto corale.

Regia ricercata e immagini di grande rigore
La regia di François Ozon merita un elogio per la precisione formale. Le inquadrature sono composte con una cura quasi geometrica, sfruttando il bianco e nero e il formato 1,66:1 per creare un senso di chiusura e claustrofobia. Colpiscono soprattutto le riprese statiche, che trasformano gli spazi di Algeri in luoghi sospesi, privi di tempo, come se il mondo stesso fosse indifferente quanto il suo protagonista.
La fotografia di Manuel Dacosse amplifica questa ricerca estetica: contrasti netti, luce naturale, interni spogli. Ogni ambiente sembra costruito per riflettere l’aridità emotiva di Meursault, e in alcuni momenti il film raggiunge una potenza visiva davvero notevole. Tuttavia, questa ricchezza formale non sempre dialoga con la narrazione: a volte sembra che l’immagine cerchi di compensare ciò che la sceneggiatura non approfondisce.
Il montaggio di Clément Selitzki accentua la sensazione di distacco: tagli bruschi, ellissi improvvise, tempi morti che diventano parte integrante del linguaggio del film. Le musiche di Fatima al-Qadiri, minimali e quasi ipnotiche, accompagnano bene l’atmosfera rarefatta, pur rimanendo un elemento discreto ed estremamente sullo sfondo.

Un’opera rigorosa ma poco coinvolgente
Lo straniero ha un approccio che privilegia la fedeltà letteraria e la purezza formale rispetto alla partecipazione emotiva. L’ambizione è grande, e alcuni momenti sono davvero potenti, soprattutto quando Ozon lascia che siano il silenzio, la luce e i gesti minimi a parlare. Tuttavia, la coesione complessiva rimane fragile.
Il film vuole essere un ritratto esistenziale, un dramma giudiziario, un esercizio di stile e un’indagine filosofica. In parte ci riesce, in parte si perde nella sua stessa austerità. La prova di Benjamin Voisin e la regia rigorosa di Ozon restano gli elementi più convincenti, ma non bastano a colmare le distanze di una sceneggiatura che si affida troppo all’immagine, al silenzio, al distacco.
Un’opera elegante, coerente, visivamente affascinante, che tenta con coraggio di restituire l’essenza del romanzo di Camus, ma che non sempre riesce a trasformare questa fedeltà in un’esperienza cinematografica pienamente coinvolgente.
Voto: 6,4