Recensione in anteprima – Roma ’25 – Con 2000 metri ad Andriivka, Mstyslav Chernov realizza un documentario che segue un’unità di soldati impegnata nell’avanzata verso il villaggio di Andriivka, lungo un corridoio boschivo di circa due chilometri, mentre un giornalista cammina con loro, filma, ascolta e tenta di dare un senso a ciò che accade. Un’opera che non cerca la retorica, ma la verità minuta dei gesti, dei respiri, delle esitazioni. Al cinema dal 19 gennaio.
Una linea del fronte stretta come un imbuto
Il documentario si apre dentro una foresta che sembra non finire mai: rami spezzati, crateri, sentieri che si perdono nel fango. È qui che la squadra deve avanzare, metro dopo metro, sapendo che ogni passo può essere l’ultimo. Chernov costruisce la tensione senza artifici: briefing sussurrati, mappe disegnate a mano, ordini che cambiano all’improvviso. Non c’è distanza: tutto è ravvicinato, vibrante, immerso nella precarietà del momento, in una sceneggiatura che si dipana minuto dopo minuto.
Il giornalista (Alex Babenko) che accompagna i soldati diventa parte del gruppo quasi senza accorgersene. La sua telecamera traballa quando corre, si abbassa quando il fuoco si avvicina, si ferma su dettagli che nessun occhio esterno noterebbe. Il suo volto, spesso inquadrato nei momenti di pausa, racconta più nelle espressioni che attraverso le parole. La fatica di restare lucido, la paura trattenuta, la responsabilità di testimoniare senza intralciare e con l’accortezza di rimanere vivo.
La foresta, così, non è solo un luogo fisico: è un passaggio obbligato dentro la fragilità umana. E’ un luogo che ostacola l’avanzata e, allo stesso tempo, protegge chi avanza. La meta è sempre nei cuori e nelle menti di chi vuole avanzare ma è vicina e, allo stesso tempo, maledettamente lontana.

Il peso di chi osserva
Chernov si concentra sul ruolo del testimone. Il giornalista non è un narratore onnisciente: è un uomo che cerca di capire mentre tutto intorno a lui si muove troppo in fretta. Non è il solo protagonista ed ha una visione limitata al suo sguardo, alla sua telecamera. Ci sono momenti in cui vorrebbe posare la camera per aiutare, altri in cui la tiene accesa anche quando la paura gli attraversa lo sguardo. La sua presenza diventa un contrappunto emotivo alla disciplina dei soldati.
Il film si sofferma sui piccoli rituali che tengono insieme la squadra: una sigaretta condivisa, una battuta fuori luogo per sciogliere la tensione, un controllo ripetuto all’equipaggiamento. Il giornalista osserva tutto con una sensibilità che non è mai invadente: registra mani che tremano, sguardi che evitano la camera, sorrisi che durano un attimo. È in questi frammenti che il documentario trova la sua dimensione più intima.
Ma ci sono anche le urla di chi comanda, di chi cerca i compagni, di chi avvisa della situazione pericolosa, delle pallottole che arrivano. Spesso le urla, i lamenti e gli spari sono fuori dalla visuale perchè il giornalista deve rimanere riparato e non in prima linea.

Voci, silenzi e morte lungo i 2000 metri
L’unità che avanza verso Andriivka non è un gruppo indistinto: Chernov lascia emergere volti, accenti, storie brevi che si intrecciano senza mai diventare protagonismi. C’è chi ha già combattuto, chi è alla prima missione, chi parla poco e chi cerca di alleggerire l’atmosfera. Il giornalista li ascolta, li incalza con domande semplici, e spesso riceve risposte spezzate, mezze frasi che rivelano più dei discorsi articolati.
Le decisioni tattiche scandiscono il ritmo del film: avanzare o fermarsi, rischiare un assalto o attendere rinforzi, chi resta a coprire la ritirata. Il giornalista è lì quando queste scelte vengono prese, e la sua presenza rende tutto più concreto: non stiamo assistendo a una ricostruzione, ma a un processo in tempo reale, in cui nessuno sa come finirà. In alcuni momenti, la sua voce tradisce la difficoltà di restare “professionale” mentre la linea tra documentare e sopravvivere si assottiglia.

Il pianto dei vivi
2000 metri ad Andriivka non offre spiegazioni geopolitiche né grandi cornici teoriche: si concentra su un tratto di terra, su un gruppo di uomini, su un giornalista che cerca di trasformare il caos in memoria. La liberazione del villaggio è un obiettivo militare, ma nel film diventa anche un traguardo emotivo: arrivare in fondo a quei due chilometri significa poter raccontare, poter dire “eravamo qui”, lasciare una traccia contro l’oblio.
E la traccia viene lasciata, alla fine, con la popolazione felice della liberazione ma, allo stesso tempo, con il pianto di chi ha perso parenti e amici. E’ il dolore delle madri, le ricostruzioni e i ricordi di chi non c’è più che si vedono nei pianti e nei racconti di chi ha solo una foto.
Visivamente, Chernov sceglie un realismo essenziale: immagini tremanti, luci che filtrano tra i rami, esplosioni che saturano il suono più che l’inquadratura. Le sequenze più potenti sono quelle in cui la dimensione del reportage si incrina e lascia emergere la vulnerabilità del giornalista: un respiro corto, una risata nervosa, uno sguardo perso. Il risultato è un documentario che resta addosso come un ricordo condiviso, un pezzo di memoria che chiede di essere guardato fino in fondo.
Mstyslav Chernov, per la sua regia, vince il premio miglior regia di documentari al Sundance Film Festival.
Voto: 8
