Recensione – Venezia 78 – In concorso – A sei mesi dalla proiezione alla Mostra del Cinema di Venezia, esce nelle sale il secondo film di Valentyn Vasyanovych, sul tema del conflitto russo-ucraino: un argomento attuale come non mai in questo momento storico. Dal 17 marzo al cinema.

La storia

Il chirurgo ucraino Serhiy (Roman Luc’kyj) viene catturato dalle forze militari russe in una zona di guerra dell’Ucraina orientale e, mentre è prigioniero, assiste a spaventose scene di umiliazione, violenza e indifferenza verso la vita umana.

Dopo il rilascio, torna al suo comodo appartamento piccolo borghese e tenta di trovare uno scopo nella sua vita dedicandosi a ricostruire la sua relazione con la figlia e l’ex moglie. Impara a ridiventare un essere umano, a essere un padre e ad aiutare sua figlia, che ha bisogno del suo amore e del suo sostegno.

Un padre, una figlia, l’insensatezza della guerra  

Il regista ha dichiarato che la scintilla d’ispirazione che ha innescato la progettazione di questo film è stata un’esperienza vissuta con sua figlia: la visione di un piccione che si è schiantato contro la loro finestra mentre volava ad alta velocità e il segno che questo schianto ha lasciato sul vetro. I tentativi che ne sono seguiti da parte della bambina di comprendere la morte hanno fornito l’ispirazione a Vasyanovych, che ha dunque incentrato questo sua seconda opera – realizzata a due danni di distanza dalla precedente, Atlantis, vincitrice nel 2019 del Concorso Orizzonti a Venezia – sul tema del rapporto padre-figlia; e che ha inserito nell’opera lo stesso momento che ne ha generato l’ispirazione (la scena dello schianto del piccione è effettivamente una delle più belle del film).

Al di là della guerra e delle mostruosità raccontate, infatti, il cuore della pellicola è nel rapporto tra il protagonista e la figlia, nel loro disperato tentativo di ricostruire un legame dopo e nonostante l’orrore della prigionia che lui ha vissuto e che lo ha tenuto a lungo lontano da lei. A dispetto della freddezza della messinscena, impostata come già in Atlantis su lunghissime inquadrature fisse, rigorose e simmetriche al punto da sembrare quadri in movimento, c’è insomma un cuore emotivo forte alla base di questa storia, che emerge con prepotenza nella seconda parte e fa da contraltare all’agghiacciante prima parte, dove invece sono rappresentati, senza risparmiare dettagli cruenti, i momenti della prigionia.

Oltre la guerra

Non è un caso, poi, che Reflection sia stato distribuito proprio in questi giorni nelle sale: perché ciò che allontana questo padre e questa figlia è proprio quell’insensato conflitto che perdura da troppo tempo e che nelle ultime settimane è spaventosamente deflagrato. Un’opera come Reflection, che ne riflette l’orrore e l’insensatezza, non può dunque che essere tremendamente attuale.

La lentezza della narrazione, sovente piena di silenzi e spesso utilizzando, come detto, inquadrature statiche, accentuano quell’immobilismo esteriore di chi non comprende la conflittualità e, pur comprendendola, non riesce a fare nulla. E’ un lento osservare, come guardare fuori da una finestra dall’alto, nell’illusione che tutto sia calmo e in pace quando così non è.

Un film che fa capire gli stati d’animo di un padre e di una famiglia durante una guerra tra potenti per il potere a discapito di popolazioni che subiscono quanto accade.

Voto: 7

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