Captive State

Recensione in anteprima – Quinto film da regista per Rupert Wyatt. Ancora una volta la terra vede gli umani ridotti in cattività. Un film calibrato e preciso che lascia poco spazio alle digressioni non utili all’economia della vicenda. Una lunga lotta di resistenza umana che si intreccia con i rapporti familiari e d’amicizia. Forse troppo lento in molte parti, brucia troppo ingenuamente un paio di veri colpi di scena. Al cinema dal 28 marzo.

Ritratti familiari

Una famiglia cerca di fuggire dalla Chicago occupata dagli alieni ma non ha fortuna e sopravvivono solo i due giovani fratelli Rafe (Jonathan Majors) e Gabriel (Ashton Sanders). Nove anni dopo, nel 2025, Rafe è scomparso, dato per morto si è in realtà unito alla resistenza, mentre Gabriel lavora a chip di cellulari da cui vengono estratti dati per gli archivi degli occupanti alieni.

Insieme a un amico prepara una barca per la fuga dalla città, ma i suoi piani sono stravolti dal ritorno di Rafe e dalle azioni terroristiche della resistenza. Sulle quali indaga anche il detective William Mulligan (John Goodman), che vuole proteggere il quartiere di Pilsen dalla rappresaglia aliena.

Da una famiglia distrutta (una delle tante) dagli alieni, alla grande famiglia come modello che gli alieni cercano di inculcare alla popolazione terrestre. L’illusione dei “Legislatori” alieni di un mondo di pace e ordine rispetto a un recente passato di caos e di disordine morale e sociale.

C’è chi, su suolo americano, tradizionalmente estraneo all’invasione di altre realtà di occupazione, cerca di resistere. Nonostante il costante controllo degli alieni, come cavie in un laboratorio, come topi in gabbia costantemente monitorati.

Accendere un fuoco

Nel mondo dei “Legislatori” arrivati dalla Galassia la tecnologia più moderna è appannaggio degli stessi alieni e delle forze di polizia a loro asservite. Il resto della popolazione vive senza social, tecnologia digitale o altro. Un bel passo indietro anche riguardo alla differenza tra ricchi e poveri sempre più ampia.

Tra ritorno alle musicassette, a connessioni con modem 56k, a telefoni a gettoni, accendere un fiammifero per poi generare un fuoco e dare inizio a una guerra è un’arte che alcuni uomini, ben organizzati, cercano di riprodurre per perseguire la libertà.

“Captive State” scorre via a tratti lento e a tratti veloce. Alterna momenti di indagine a scene di calibrate inquadrature per passare a un thriller con piano da “svuota cassaforte” alla “Ocean’s eleven”. Ritmi cadenzati da una musica tambureggiante e coinvolgente.

Temi i greci anche quando…

Temi i greci anche quando portano doni”

Nessuno si può fidare veramente in un mondo in cattività dove ognuno pensa egoisticamente a sé stesso e alla famiglia. Per tutta la durata del film viene messa ben in risalto questa condizione di sfiducia sociale.

Rupert Wyatt costruisce un film ben ritmato. Senza spiegare troppo di quanto non sia essenziale, l’atmosfera si fa subito claustrofobica. Lo spettatore viene vagamente rapito da tutti quei meccanismi che saranno funzionali alla realizzazione del piano di sommossa pianificato.

John Goodman, nel suo stile, da’ prova di essere quel grande attore che è. Il suo detective Mulligan   non è privo di difetti e ci vengono presentati senza vergogna. Non c’è giudizio, come non c’è giudizio in nessuna delle situazioni.

A metà strada tra l’assenza quasi totale della visione degli alieni come in “Cloverfield” e la voglia di dire molto di più di un semplice film come in “Arrival” utilizzando simbolicamente gli alieni, “Captive State” trova punti di equilibrio affascinanti e complessi più di quanto realmente appare.

Una visione distopica alquanto originale per il genere in un film di cui si può apprezzare un’ottima regia, una buona sceneggiatura che si fa perdonare un paio di anticipazione di colpi di scena finali.

Molto buone anche le interpretazioni del cast.

Voto: 6,4

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