Recensione in anteprima – Venezia ’26 – In concorso – Con L’estranea, Paolo Strippoli costruisce un thriller drammatico che affonda le radici nella provincia dell’anima prima ancora che nell’orrore. Il film intreccia memoria, desiderio e paura, trasformando una famiglia apparentemente perfetta in un terreno fragile sul quale si insinua una presenza destinata a cambiare ogni equilibrio. Al cinema dall’8 ottobre.
Una festa piena di luce
Nel 1999 i Colonna sembrano incarnare un modello di successo invidiabile. Walter (Adriano Giannini) guida una prestigiosa sartoria frequentata dall’alta borghesia barese, Tobia (Andrea Genovese) è una promessa del calcio, Alice (Romana Maggiora Vergano) muove i primi passi nel mondo della pubblicità e Anna (Jasmine Trinca) rappresenta la figura ideale di moglie e madre. Eppure, dietro questa immagine luminosa, si nascondono crepe profonde. Anna porta con sé il rimpianto di una carriera da attrice mai realizzata e una costante inquietudine che tenta di soffocare consumando compulsivamente rotelle di liquirizia.
La struttura narrativa sceglie di partire dal 2026, quando Anna si presenta nell’appartamento romano della figlia Alice durante una notte di pioggia incessante. Da quel momento il film assume la forma di un lungo racconto retrospettivo che riporta lo spettatore all’ultimo Ferragosto del millennio, momento nel quale compare una figura misteriosa destinata a infiltrarsi nella vita della famiglia.
L’inizio è probabilmente la parte più coinvolgente dell’opera. La curiosità cresce scena dopo scena e Strippoli dimostra una notevole capacità di costruire aspettativa. Lo spettatore percepisce che qualcosa sta per spezzare l’armonia apparente dei Colonna, ma non comprende ancora in quale modo. È proprio questa tensione a sostenere gran parte della prima metà del racconto.

La forza della regia e il peso dell’atmosfera
Se c’è un elemento che emerge con evidenza è la padronanza tecnica della regia. Paolo Strippoli dimostra una conoscenza approfondita della cinematografia contemporanea e delle dinamiche che caratterizzano il cinema di genere capace di dialogare con il grande pubblico. Ogni ambiente viene utilizzato per alimentare una sensazione di inquietudine crescente, senza mai rinunciare alla dimensione umana dei personaggi.
Anche la ricostruzione della fine degli anni Novanta risulta credibile e funzionale al racconto, senza trasformarsi in semplice esercizio nostalgico. Tra le sequenze più riuscite spicca il party di Ferragosto organizzato nel giardino della casa dei Colonna. È una scena che riesce a condensare perfettamente il senso dell’intero film: la bellezza della superficie e la presenza di qualcosa che lentamente la corrode dall’interno.
In quel momento convivono leggerezza, sospetto e malinconia, restituendo una fotografia molto efficace della famiglia prima della frattura definitiva. Anche la sceneggiatura mostra qualità importanti. Molte dinamiche familiari sono descritte con precisione e autenticità, e il modo in cui vengono rappresentate le relazioni tra genitori e figli contribuisce a rendere credibile il contesto nel quale prende forma la vicenda.

Quando il mistero perde forza
Con il procedere della storia, però, il meccanismo cambia natura. L’interesse iniziale, alimentato dalla curiosità e dal mistero, lascia progressivamente spazio a una costruzione più orientata all’ansia e all’attesa. Il film continua a funzionare, ma perde parte della forza che aveva caratterizzato l’avvio.
La figura dell’estranea rappresenta il punto più controverso dell’opera. Valeria Bruni Tedeschi interpreta un personaggio che dovrebbe evocare inquietudine, fascino e timore. Tuttavia la sua interpretazione fatica a sostenere il peso simbolico della figura. Alcuni momenti finiscono addirittura per risultare involontariamente comici proprio dove il film cerca maggiore tensione. La sensazione è che il personaggio richiedesse una presenza più enigmatica e meno riconoscibile nelle modalità recitative.
Ci sono inoltre alcuni passaggi che appaiono forzati. Alcuni aspetti della vita privata di Alice vengono esplicitati senza che sembrino realmente necessari allo sviluppo narrativo, dando l’impressione di essere stati inseriti più per aderire a determinate sensibilità contemporanee che per esigenze drammaturgiche. Ancora più evidente appare la sensazione di occasioni non completamente sfruttate. La questione del bullismo, ad esempio, viene introdotta ma non approfondita quanto avrebbe meritato.

Un film solido (quasi) fino alla fine
Il finale mantiene una sua coerenza interna e possiede un respiro quasi epico e distopico, ma lascia anche una lieve sensazione di confusione. Non tutto trova una definizione limpida e alcuni passaggi richiedono allo spettatore uno sforzo interpretativo ulteriore. Nonostante questo, il percorso rimane riconoscibile e coerente con le premesse iniziali.
A rendere L’estranea un film comunque significativo sono soprattutto le sue qualità formali. Jasmine Trinca offre una prova intensa e sfaccettata nei panni di Anna, mentre Romana Maggiora Vergano e Adriano Giannini contribuiscono a dare credibilità a un nucleo familiare che costituisce il vero cuore della storia. Anche quando l’ingranaggio thriller perde parte della propria efficacia, resta forte l’interesse per i personaggi e per i rapporti che li legano.
La selezione come candidato italiano agli Oscar e le presentazioni a Venezia e Toronto testimoniano la rilevanza attribuita all’opera. Al di là dei riconoscimenti, resta soprattutto un film che colpisce per la qualità della messa in scena, per la cura dell’atmosfera e per la capacità di raccontare una famiglia mentre osserva il proprio equilibrio sgretolarsi lentamente. Non tutto convince allo stesso modo, ma la visione lascia comunque l’impressione di trovarsi davanti a un lavoro ambizioso e spesso affascinante.
Voto: 7