Recensione in anteprima – Dopo il disastroso Peter Pan & Wendy, David Lowery torna con un film più intimo, più controllato e decisamente più ambizioso. Mother Mary è un dramma al femminile che evita la catechesi ideologica e preferisce concentrarsi sulle fragilità, sulle dipendenze emotive e sulle catene invisibili che legano due donne costrette a confrontarsi con il proprio passato. Al cinema dal 14 maggio.

La diva, la stilista, il ritorno

Mother Mary (Anne Hathaway) è una popstar che torna sulle scene dopo un lungo silenzio segnato da un trauma mai del tutto elaborato. Alla vigilia del grande show, nulla degli abiti preparati per lei sembra aderire alla sua identità profonda: sono costumi, non pelle. Così decide di bussare alla porta di Sam Anselm (Michaela Coel), la fashion designer che un tempo aveva plasmato la sua immagine pubblica e privata.

Il loro legame, interrotto bruscamente, riemerge con tutta la forza di ciò che non è mai stato risolto. Mary ha bisogno di Sam per ritrovare se stessa; Sam non sa se è disposta a rientrare in un rapporto che l’ha consumata. Le due donne si ritrovano in uno spazio chiuso, quasi rituale, dove ogni gesto diventa un confronto, ogni parola un tentativo di ricucire o di ferire.

Il film si muove tra dialoghi serrati, tensioni sottili e un continuo gioco di specchi tra immagine pubblica e identità privata. Lowery costruisce un dramma che vive soprattutto nella relazione tra le due protagoniste, lasciando che il resto del cast orbiti attorno a loro come satelliti emotivi.

Il corpo e la fama come prigione

Il regista David Lowery sceglie un approccio estetico che richiama chiaramente i suoi riferimenti: l’oscurità onirica di David Lynch, la crudeltà emotiva di Lars Von Trier, la freddezza ipnotica di Winding Refn. Ma questi richiami restano suggestioni, mai pienamente incarnate. Mother Mary tenta di essere molte cose, senza trovare una forma davvero sua.

La fotografia di Andrew Droz Palermo e Rina Yang costruisce un ambiente chiuso, quasi soffocante: atelier, stanze, corridoi, superfici lucide che riflettono più di quanto mostrino. È un mondo che vuole essere fucina creativa e prigione emotiva allo stesso tempo. Un simbolo efficace delle catene che Mary porta addosso: quelle della fama, dell’immagine, dell’essere un’icona che deve sempre corrispondere alle aspettative dei fan.

Ma la messa in scena, pur elegante, diventa presto ripetitiva. La sceneggiatura dello stesso Lowery gira in tondo, riproponendo dinamiche simili, dialoghi che tornano sugli stessi nodi, situazioni che non evolvono davvero. Il ritmo si fa lento, vago, e la tensione emotiva si diluisce invece di intensificarsi.

Il montaggio, curato sempre da Lowery, accentua questa sensazione di circolarità: il film sembra voler scavare, ma resta in superficie, intrappolato nel suo stesso minimalismo. Le musiche di Daniel Hart accompagnano con discrezione, senza mai imporsi.

Il limite dell’ambizione

Mother Mary è un film che vuole molto: vuole essere un dramma psicologico, un racconto di dipendenza emotiva, una riflessione sulla fama, un’indagine sul rapporto tra musa e creatrice, una complicità amorosa tra donne. Ma nel tentativo di tenere insieme tutto, finisce per sacrificare ciò che avrebbe potuto renderlo davvero incisivo.

La coercizione in un luogo chiuso è un’idea forte, simbolica, ma Lowery la spreca e la ripete così spesso da svuotarla di potenza. Il vincolo spaziale diventa un limite narrativo: le scene si assomigliano, le dinamiche si ripetono, e lo spettatore avverte presto una certa stanchezza.

Il rapporto tra Mary e Sam, pur centrale, non trova mai un vero crescendo emotivo. È come se il film avesse paura di spingersi fino in fondo, di mostrare davvero la ferita che le unisce. E così, ciò che dovrebbe essere un duello psicologico si trasforma in un dialogo continuo che, pur ben recitato, manca di variazioni e di profondità.

Anne Hathaway offre un’interpretazione intensa, ma il film la costringe in una struttura che non le permette di esplodere davvero. Michaela Coel invece, è più incisiva, più sfaccettata, ma anche lei resta intrappolata in un copione che preferisce suggerire invece di affondare.

Il simbolismo

Il cast è uno dei punti di forza del film: Anne Hathaway e Michaela Coel reggono praticamente da sole l’intera narrazione, mentre Hunter Schafer, FKA twigs, Kaia Gerber, Jessica Brown Findlay e Alba Baptista arricchiscono il mondo attorno a loro con presenze brevi ma significative.

I flashback creati da Lowery sono spesso carichi di simbolismo cristiano e onirico. Mary appare sul palco con inquadrature che la rendono una e trina, sempre lei subisce delle pseudo stigmate, oppure una sorta di ascensione al cielo come la Madonna o una ferita al costato che ricorda vagamente un richiamo cristologico. Simbolismo anche troppo esplicito che non viene sfruttato adeguatamente.

La fotografia è elegante, il montaggio controllato, le musiche misurate. Ma la somma di tutti questi elementi non riesce a superare i limiti della sceneggiatura: un film ambizioso, ricco di potenziale, che però non trova mai una forma davvero compiuta.

Voto: 5,6

Di Giuseppe Bonsignore

Fondatore di Cinematik.it nel lontano 1999, appassionato di Cinema occupa il suo tempo impiegato in un lavoro molto molto molto lontano da film e telefilm. Filmaker scadente a tempo perso, giornalista per hobby, recensore mediocre, cerca di tenere in piedi la baracca. Se non vede più di 100 film (al cinema) all'anno va in crisi d'astinenza.

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