??????????????????

Recensione in anteprima – Raccontare il mito di Michael Jackson al cinema è un rischio enorme. Antoine Fuqua e John Logan scelgono la via celebrativa, evitando le zone oscure e puntando su ritmo, spettacolo e nostalgia. Il risultato è un biopic musicale che non è un capolavoro, ma sa intrattenere e coinvolgere, trascinando lo spettatore come in un concerto del Re del Pop. Al cinema dal 22 aprile.

Dall’infanzia al successo

Il racconto cinematografico parte da un Michael bambino, interpretato in modo sbalorditivo da Juliano Krue Valdi. È un ragazzo pieno di immaginazione, che sogna mondi incantati e trova nella musica la sua via di fuga da un padre severo e violento. Joseph Jackson (Colman Dimingo) incarna la figura autoritaria che segna profondamente la crescita del figlio (e dell’intera famiglia), imponendo disciplina e sacrifici.

La passione per Peter Pan diventa, per Michael, simbolo di un desiderio di libertà e di un’infanzia mai del tutto abbandonata. Con i fratelli, Michael forma i Jackson 5 e conquista il pubblico con talento e carisma, ma la sua vera affermazione arriva quando intraprende la carriera solista. Jaafar Jackson, nipote diretto della star (figlio del fratello), interpreta questa fase con un lavoro mimetico impressionante, restituendo la metamorfosi di un ragazzo che vuole emanciparsi dal controllo paterno.

Il film mostra come la rottura definitiva con il padre avvenga anche sul piano professionale, attraverso l’intervento dell’avvocato John Branca (Miles Teller). Da lì in avanti, la narrazione segue i grandi successi discografici – Off the Wall, Thriller, Bad – e mette in scena la costruzione di un mito globale. Non mancano episodi che rivelano la fragilità dietro la leggenda: la villa popolata da animali esotici, l’incidente del 1984 che lo porta in ospedale, la tensione costante tra il desiderio di perfezione e la vulnerabilità personale. Tutto contribuisce a delineare un ritratto che seglie di non affrontare le vicende giudiziarie.

Il corpo come leggenda

La regia di Fuqua sceglie di far parlare il corpo di Michael. Ogni movimento è riprodotto con precisione maniacale: il moonwalk su Billie Jean, i costumi scintillanti, le scenografie spettacolari. Jaafar Jackson convince per intensità vocale e coreografica. Il film diventa progressivamente un musical, fino a chiudersi nel 1988 con il concerto di Wembley. Il corpo di Michael è esposto, rifiutato, trasformato, ossessionato dal naso perfetto e spinto oltre i limiti dell’umano: un corpo che ha donato alla storia una leggenda.

È qui che il film trova la sua forza, commuovendo e trascinando il pubblico, anche se la sceneggiatura resta poco riuscita ed è abbastanza banale nel bilanciare celebrazione e introspezione. La regia lascia che siano le coreografie a dominare, e il risultato è un’esperienza visiva e sonora che trascina anche lo spettatore più algido e veicolando la nostalgia degli spettatori che han vissuto da ragazzi e fan gli anni ’80.

Non si tratta solo di imitazione, ma di un lavoro mimetico che restituisce la sensazione di vedere la popstar rediviva, e i brividi, per il lavoro maniacale fatto, scorrono. Ogni dettaglio – dai costumi di Marci Rodgers alle scenografie di Barbara Ling – contribuisce a costruire un universo estetico che amplifica la potenza del mito. Il film mostra anche il corpo come luogo di sofferenza: l’incidente del 1984, le ossessioni estetiche, la fragilità fisica. È un corpo che diventa simbolo di resistenza e di trasformazione, e che incarna la leggenda di un artista che ha spinto se stesso oltre i limiti consapevole della sua unicità, della sua forza, della sua musica e del suo talento.

Il limite della nostalgia

Il film si presenta come un grande spettacolo pensato per il pubblico più vasto possibile, con un occhio particolare alle nuove generazioni. L’approvazione di gran parte della famiglia Jackson conferma che l’operazione aveva solo l’obiettivo di restituire un’immagine positiva del cantante. La narrazione insiste sul percorso di crescita e sul talento, evitando di affrontare i capitoli più controversi della sua vita.

Questa scelta, se da un lato rende il racconto più lineare e accessibile, dall’altro priva l’opera di quella complessità che avrebbe reso il ritratto più autentico. Fuqua preferisce costruire un film comodo che celebri il mito, che faccia rivivere l’energia dei concerti e che trasmetta un messaggio motivante e costruttivo. Ovviamente il regista è stato anche “appiedato” e forzato dal fatto che la parte processuale non poteva essere raccontata pena una sfilza di polemiche e denunce proprio da parte della stessa famiglia Jackson.

Il risultato è un’opera che non è incisiva e che funziona come macchina del tempo per i fan, capace di far rivivere emozioni e coreografie su uno schermo più grande rispetto allo schermo sul quale viene riprodotto un videoclip della canzone da Youtube.  Ma questo, inevitabilmente, lascia fuori una parte della verità. È un biopic che si trasforma in musical col trascorrere del film ed è un racconto che privilegia la dimensione spettacolare spingendo molto sulla parte sonora (noi vi consigliamo di vederlo in Sala Energia in Arcadia Melzo). È un’opera che commuove, esalta, ispira e fa cantare e ballare chi guarda.

Cast artistico e tecnico

Il film convince anche grazie a un cast di livello. Oltre ai sensazionali Valdi e Jaafar Jackson, spiccano Colman Domingo come padre‑tormento e Nia Long come madre. Miles Teller invece ridefinisce, per quei tempi, il ruolo dell’avvocato Branca.

La regia di Fuqua è consapevole del peso dell’operazione: sceglie di lasciare che il biopic non sia totalmente tale ma che il film sia realmente pieno di musica facendo parlare il corpo di Michael. La fotografia di Dion Beebe e il montaggio di John Ottman e Harry Yoon contribuiscono a dare ritmo e fluidità, mentre le musiche di Lior Rosner accompagnano con discrezione senza sovrastare i brani storici. Gli effetti speciali e il trucco di Bill Corso e Carla Farmer ricostruiscono fedelmente look e atmosfere, mentre la scenografia di Barbara Ling e i costumi di Marci Rodgers restituiscono il glamour degli anni Ottanta.

È un lavoro corale che punta a restituire l’immagine di un mito. Fuqua dimostra di saper gestire la materia con rispetto e spettacolarità, anche se la costrizione di evitare le zone oscure lascia il film incompleto. Ma, forse, è anche un bene perché il film non è un capolavoro tra i migliori film dell’anno ma è un film godibile e che intrattiene.

Voto: 7

Di Giuseppe Bonsignore

Fondatore di Cinematik.it nel lontano 1999, appassionato di Cinema occupa il suo tempo impiegato in un lavoro molto molto molto lontano da film e telefilm. Filmaker scadente a tempo perso, giornalista per hobby, recensore mediocre, cerca di tenere in piedi la baracca. Se non vede più di 100 film (al cinema) all'anno va in crisi d'astinenza.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *