Manta Ray

Recensione in anteprima – Venezia 75 – Orizzonti – Vincitore del premio come miglior film nella sezione Orizzonti, l’esordio del regista thailandese Phuttiphong Aroonpheng è un’opera criptica e rarefatta, in cui la componente visiva e simbolica primeggia su quella narrativa: una visione non facile, ma innegabilmente densa di suggestioni.

La storia

In una foresta vicino a un villaggio costiero thailandese, affacciato sul mare in cui sono annegati migliaia di rifugiati Rohingya, un pescatore del luogo si imbatte in un uomo ferito e privo di sensi. Dopo aver portato in salvo lo sconosciuto, che non parla una parola della sua lingua, gli offre amicizia e lo chiama Thongchai. Quando però il pescatore scompare all’improvviso in mare, Thongchai incomincia lentamente a impadronirsi della vita dell’amico: della sua casa, del suo lavoro e persino della ex moglie…

Dedicato ai Rohingya

Premiato dalla giuria presieduta da Athina Tsangari come miglior film nella sezione Orizzonti, l’esordio del thailandese Phuttiphong Aroonpheng è espressamente dedicato al popolo Rohingya, una delle minoranze etniche più perseguitate della Terra, ma nella sua essenzialità, nella sua assenza di qualsivoglia forma di didascalismo, la storia di Thongchai e del pescatore, magistralmente interpretati da Aphisit Hama e Wanlop Rungkamjad, che offrono due interpretazioni misurate e ricche di sfumature, diviene più in generale metafora della condizione dei rifugiati di tutto il mondo.

“Manta Ray” è infatti il racconto di una rinascita: ritrovato nella giungla da un anonimo pescatore, con il quale non riesce a comunicare verbalmente a causa del suo mutismo, Thongchai (che in realtà è il nome di un cantante thailandese) instaura con esso un tenero legame che trascende le parole, diventando l’ombra silenziosa del suo salvatore.

Al punto che, quando questi scompare, finisce per assorbirne l’identità. L’altro come specchio di sé, dunque. Nella seconda metà, a seguito del ritorno del pescatore, ora totalmente cambiato, il racconto assume una piega onirica, nella quale la componente visiva e simbolica sovrasta quella narrativa. E sorprende il modo in cui, tra sparizioni improvvise e scambi d’identità, uomini armati di mitra che si aggirano per la la giungla avvolti in luci colorate, cadaveri di bambini rinvenuti sottoterra e mante che planano leggere sul fondo del mare,  il regista riesca a donare un’aura di poesia ad una realtà di per sé dolorosissima.

Un film impegnativo ma carico di suggestioni

Senza dubbio non è una visione facile, quella di “Manta Ray”, che nella sua cripticità potrebbe anche infastidire lo spettatore meno disposto a lasciarsi andare a questo caleidoscopio di luci e di riflessi. Rimane però innegabile il talento di Aroonpheng, che ha una formazione da direttore della fotografia, nel creare un’atmosfera avvolgente e rarefatta, con un impianto visivo di grande fascino, carico di suggestioni e di simbolismi che non lasciano indifferenti.

Voto: 7

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