Vista mare

Recensione in anteprima – Opera seconda di Andrea Castoldi che propone una visione provocatoria di una condizione sociale dei migranti ribaltandola in un’Italia non troppo lontana dalla realtà. In sala dal 3 febbraio.

Stilitano, dopo una detenzione per traffico di immigrati clandestini, esce dal carcere e scopre che il mondo fuori è profondamente cambiato. L’Italia è al tracollo e chi può cerca di raggiungere la Puglia per imbarcarsi verso l’Albania, luogo in cui ricominciare da capo. Anche Stilitano decide di lasciare Milano per dirigersi al Sud.

Dopo “Ti si legge in faccia”, il giovane regista si riaffaccia al lungometraggio con questa sua opera seconda. Il tema principale scava sempre nel sociale e se l’Italia (e soprattutto, nuovamente Milano) viene ripresa nella sua quotidianità non troppo lontana dai giorni nostri, il salto di tre anni nel futuro cambia le regole della società e della politica sociale ed economica italiana.

E’ un’Italia che ci viene raccontata dalla radio e dai racconti dei personaggi in gravissima crisi economica e l’eldorado, il paradiso albanese, rimane lo sfondo sognante di un desiderio forte di libertà e migliori condizioni economiche.

Andrea Castoldi, provocatoriamente, ribalta il concetto di immigrato e di clandestino. L’italiano, costretto a fuggire all’estero, ad aspettare barconi in Puglia per attraversare il mare e andare oltre confine. I sotterfugi e la corruzione per poter riuscire ad aver riservato un posto per partire, i militari che setacciano il confine, alla ricerca di italiani che passano il confine clandestinamente. Questi e molti altri concetti, raccontati, accennati, fatti vedere rappresentano il ribaltamento totale di quanto è avvenuto e sta avvenendo ancora.

L’idea provocatoria però rimane ferma lì, si incarta un po’ nella vita del protagonista. Una vita vuota, smarrita, senza meta. Privata degli affetti, fatica nelle relazioni, e Stilitano è ripiegato su sé stesso senza avere grandi emozioni ma vivendo quel poco che gli capita in modo quasi meccanico come semplice bisogno fisico.

Il film soffre un po’ l’appiattimento di emozioni. Vano è il tentativo di presentarci un gruppo di partenti che provengono da quasi tutte le regioni italiane. Il messaggio appare forzato e costruito a tavolino con un uso eccessivo e marcato del dialetto. Peccato.

L’incipit è buono, la professionalità del regista nel riprendere le scene è chiara. Viene preferita molto spesso la ripresa fissa, con pochissimi movimenti di macchina che, probabilmente avrebbero anche dato maggior dinamica a tutto il film. Nonostante questo il film rimane un po’ insipido nella parte centrale per poi riprendersi con un finale. Lo spettatore viene richiamato in causa, dopo lo spiazzamento iniziale, ecco affacciarsi una certa emozione ed empatia che pesca anche in una certa ruffianeria calcolata e tattica.

Bisogna riconoscere al regista il coraggio di portare al cinema un tema così attuale provocando in questa maniera. Una provocazione riuscita in parte perché ci si aspetta maggiore coinvolgimento dello spettatore in questo tipo di progetti e questo non è avvenuto se non in piccolissima parte. La recitazione abbastanza piatta di un po’ tutto il cast non migliora la freschezza e l’autenticità ma alla fine non doveva essere un esercizio di stile recitativo.

Voto: 6

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