Wonder Woman (Script)

 

L’immagine si apre. Sentiamo una musica.

Gli occhi femminili di una donna vengono ripresi in un particolare molto stretto. La donna indossa un Burqua di seta. Il colore è di un turchese spento. E’ chiaramente di origine araba, la pelle è olivastra e il profilo degli occhi richiama quella cultura. L’immagine indietreggia lentamente fino a scorgere l’intero corpo.

E’ nuda, tranne che per la parte della testa. Vicino al pube c’è un gomitolo di lana nero che va a coprire le parti intime. E’ seduta e tiene in mano due ferretti.

L’immagine continua a indietreggiare (la musica prosegue), si allontana sempre di più dalla donna fino a un campo lunghissimo. Scorgiamo un’immensa stanza, senza pareti. Il fondo del muro è di terracotta.

Improvvisamente davanti al quadro passa un’altra donna. E’ decisa, sta camminando in avanti verso l’araba. Sentiamo il rumore dei tacchi a spillo, vengono ripresi in dettaglio, lucenti e scuri. Indossa una divisa militare di alto rango, si intravedono delle piastrine e una vistosa scollatura al centro della camicetta. Ha i capelli biondi, in mano una pistola di piccolo calibro.

Si ferma davanti alla donna con il burqua. Di nuovo rivediamo in dettaglio stretto gli occhi femminili dell’araba. Due spari (la musica cessa di colpo). In dettaglio, fumante, la pistola del militare che al momento non viene mai ripresa frontalmente.

L’araba è stata colpita in petto, il sangue inizia a colare lungo il ventre, poi direttamente sul gomitolo nero e sul pube. L’araba inizia a emettere dei gemiti dalla bocca, intuiamo la sofferenza.

Gli occhi sgranati, le pupille che si dilatano.

La scena è pervasa da un silenzio di tomba.

stacco.

Appare un titolo.

Wonder Woman

un film di Lars Von Trier

con

Berenije Bejo… (Militare -Ragazza)

Haluk Bilginer… (Padre ragazza)

il titolo si chiude in dissolvenza.

Il quadro si apre.

Altro spazio aperto, senza nessuna delimitazione di stanze o finestre. Ci sono soltanto delle luci che illuminano la scena. A terra dei bellissimi tappeti di colore rosso.

In fila, tutte nude, tantissime ragazze di etnia diverse. Hanno più o meno la stessa età, dai venti ai trenta. Ci sono bionde, brune, rosse, scure, asiatiche. Sono in attesa di qualcosa e guardano dritte davanti a loro. Sono impassibili, come fossero colonne.

Seduta, in disparte, il militare della scena precendente, il quadro si gira verso di lei. Anche questa volta non viene mai inquadrata in volto. Indossa un berretto, un abito nero, attillato.

Davanti a sè, su un tavolino, un vecchio telefono degli anni cinquanta, con la rotella. E’ bianco perla e emana una luce particolare.

La donna prende la cornetta. Compone un numero. Poi rimane in attesa di un interlocutore.

Militare Donna

Voglio il fascicolo “W-W” sulla mia scrivania. Adesso.

Riaggancia il telefono. Si alza dalla sedia, prende una bacchetta nera: è una piccola frusta di pelle. Si avvicina alle ragazze, all’inizio del gruppo di testa. Passeggia davanti a alcune di loro. Le osserva attentamente nel viso, tocca i capelli bruni di una, il seno di un’altra. Si sofferma su un’altra giovane, la sposta in avanti, le gira intorno, le tocca il sedere. Poi riprende a camminare.

Il passo è incessante, scandito dal toc, toc, dei tacchi a spillo. Di lato, verso destra, entra in scena un’altra donna soldato, ha un passo deciso, una camminata lunga, sbrigativa. In mano ha un fascicolo.

Secondo militare

Colonnello, il fascicolo “W-W”.

Lo porge alla collega poi si allontana con la stessa cadenza di prima.

Il colonnello apre il fascicolo. Lo legge. Poi alza lo sguardo verso le ragazze.

Colonnello

Abbiamo un nemico comune.

Un nemico difficile da eliminare.

Confido nelle vostre gambe, nel vostro fondo schiena, del vostro seno.

Confido nella vostra intelligenza.

(pausa – continua a leggere quel fascicolo)

Mi aspetto molto da voi. Sarete valutate costantemente.

Attimo dopo attimo, decisione dopo decisione,

non potrete sbagliare…

… pena – la morte.

Il colonnello esce di scena.

Dissolvenza sul bianco.

Perennemente immobile con una pistola fumante nella mano destra. Nuda, con il burqua a coprirle il volto. Una musica tambureggiante, araba, dalle note cupe e basse, sostiene la scena.

Lei ha vissuto tutta la sua vita in un piccolo paesino del Colorado. Di origine saudita, suo padre si era trasferito in occidente per seguire gli affari di una compagnia petrolifera. Era cresciuta senza madre, giustiziata in piazza per adulterio.

Cento i sassi piovuti nella sua testa, in una triste giornata di aprile. Parteciparono all’esecuzione tutte le amiche della donna. Nessun uomo, solo donne. Nessuna di loro aveva il diritto di piangere.

Pena, dieci frustrate. Quattro di loro non ci riuscirono. Vennero denutate e fustigate in quello stesso momento.

La figlia di questa donna non ha mai conosciuto la madre. Non ha mai potuto abbracciarla, amarla.

Il padre non ha mai spiegato cose le fosse successo realmente. Con distacco e freddezza ha sempre risposto…

L’uomo

Tua madre ha fatto la fine che meritava, schiacciata dai suoi sensi di colpa.

La ragazza non ha mai capito cosa volesse intendere il padre con quella frase: “schiacciata dai suoi sensi di colpa”.

Ora, con la pistola fumante, il corpo del padre disteso a terra. Il sangue che ancora fuoriesce dalla vistosa ferita inferta nella testa. Lei, rimane immobile, dinnanzi al cadavere del proprio padre.

La ragazza

Cosa c’è di più letale nel non poter reagire?

Egli non era mio padre. Egli non era un uomo.

La guerra contro coloro che hanno rovinato la nostra civiltà è appena iniziata.

Spezzerò una volta per tutte il legame del maschio con il nostro mondo.

Schiererò un esercito di eroine contro il vecchio uomo.

FINE

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