Recensione in anteprima – Venezia ’26 – Fuori concorso – Con Dio Ride Giovanni Veronesi costruisce una favola religiosa dal sapore popolare, sospesa tra racconto edificante, satira gentile e riflessione sulla fede. Non tutto funziona allo stesso modo, ma il film possiede una sincerità che gli permette di arrivare al pubblico con una certa naturalezza. Al cinema dal 29 ottobre.

Il santo che non c’è

La prima intuizione interessante del film riguarda il suo protagonista. Fra Leopoldo da Casamacchia (Pierfrancesco Favino) non è mai esistito, eppure la sua figura richiama immediatamente quella di San Francesco d’Assisi. Non attraverso la ricostruzione biografica, ma attraverso lo spirito. Come il “giullare di Dio”, Leopoldo vive la fede come gioia, accoglienza e semplicità.

Non teorizza, non costruisce sistemi filosofici e non pretende di insegnare sofisticate interpretazioni teologiche. Semplicemente parla alle persone. La differenza sostanziale è che questo personaggio si muove quattro secoli dopo e appare ancora più disarmato. È analfabeta, spesso ingenuo, ignora la politica, la scienza e le sottigliezze del potere ecclesiastico.

Proprio questa sua condizione lo rende apparentemente inadatto a sostenere un confronto con la macchina della Curia. Eppure è da questa debolezza che nasce la sua forza. Il film costruisce infatti un curioso paradosso: mentre i teologi discutono di dottrina e gli inquisitori ragionano di eretici e ortodossia, Leopoldo continua a parlare la lingua più semplice possibile. È una strategia narrativa che funziona perché crea un contrasto immediato tra il linguaggio dell’istituzione e quello dell’umanità.

Non c’è nemmeno lo scontro

Veronesi sceglie di raccontare questa tensione senza trasformarla in uno scontro feroce. Non siamo davanti a un film anticlericale né a una denuncia della Chiesa. Al contrario, Dio Ride prova a ragionare sulle diverse anime del cattolicesimo, contrapponendo la dimensione burocratica e quella spirituale senza demonizzare completamente nessuna delle due.

Il risultato è un racconto leggero che affronta questioni profonde senza mai voler apparire particolarmente pesante o noioso. Il principale pregio del film coincide forse anche con il suo limite più evidente. Dio Ride funziona meglio di quanto ci si aspetterebbe. Scorre con facilità, alterna momenti divertenti a riflessioni sincere e mantiene per tutta la durata un tono coerente con il proprio protagonista. Non cerca mai il cinismo e non indulge nella provocazione fine a sé stessa.

Allo stesso tempo, però, raramente dà l’impressione di voler andare oltre. Il film trova la sua dimensione migliore proprio nel confronto tra il protagonista e il cardinale Maculani (Silvio Orlando). Le loro conversazioni e i loro scontri dialettici possiedono una leggerezza che evita il peso del dramma storico e contemporaneamente impedisce alla storia di trasformarsi in una semplice farsa.

Favino e Orlando

Se il film riesce a mantenersi sempre gradevole, gran parte del merito appartiene ai suoi interpreti. Pierfrancesco Favino si cala con grande naturalezza nei panni di Fra Leopoldo. L’attore evita accuratamente ogni tentazione caricaturale e costruisce un personaggio che potrebbe facilmente risultare stucchevole. Il rischio era concreto: un uomo sempre buono, sempre sorridente e sempre disposto ad amare il prossimo rischia di apparire poco credibile.

Favino riesce invece a conferirgli una genuinità che rende il personaggio accettabile anche nei momenti più scopertamente simbolici. Non interpreta un santo. Interpreta un uomo semplice che crede sinceramente in ciò che dice. Accanto a lui spicca Silvio Orlando nel ruolo del cardinale Vincenzo Maculani. È forse il personaggio più interessante del film perché vive costantemente nel mezzo. Da una parte rappresenta il potere inquisitorio, dall’altra manifesta una crescente curiosità verso ciò che osserva.

Orlando lo interpreta con il consueto equilibrio. Il suo Maculani non è (quasi) mai una figura monolitica. Talvolta appare paternalistico, altre volte autoritario. Anche il resto del cast offre contributi solidi. Alma Noce nei panni della Contessa Isabella e Francesco Gheghi in quelli di Fraticello Giacinto partecipano con efficacia a un racconto corale che, pur ruotando inevitabilmente attorno a Favino e Orlando, non lascia completamente ai margini i comprimari.

Una commedia storica gradevole che non osa davvero

La sceneggiatura preferisce continuamente la strada più semplice. Quando si affacciano questioni complesse legate al rapporto tra istituzione religiosa e spiritualità popolare, il film tende ad alleggerirle rapidamente. È una scelta precisa e probabilmente coerente con le intenzioni degli autori, ma finisce anche per ridurre l’impatto complessivo dell’opera. Lo stesso processo inquisitorio che costituisce il cuore della vicenda viene affrontato più come occasione narrativa che come autentico confronto ideologico.

Da questo punto di vista il film sembra raccogliere idealmente una parte del messaggio reso popolare da Papa Francesco, la cui idea di una Chiesa capace di portare gioia, serenità e vicinanza umana attraversa molti passaggi del racconto. È probabilmente uno degli aspetti che potrebbero favorire l’incontro con il grande pubblico. La regia di Veronesi accompagna questa impostazione con eleganza e senza particolari virtuosismi.

Alla fine della visione rimane la sensazione di aver assistito a un’opera onesta, costruita con professionalità. Rimane però anche il dubbio che, con un po’ più di coraggio narrativo e una maggiore profondità nella scrittura, il film avrebbe potuto lasciare un segno più duraturo. Dio Ride non cambierà il panorama del cinema italiano né diventerà un riferimento del genere. È però una commedia storica garbata, positiva. E, in un periodo spesso dominato da opere che cercano continuamente di stupire, la sua semplicità può rappresentare tanto un limite quanto una qualità.

Voto: 6,1

Di Giuseppe Bonsignore

Fondatore di Cinematik.it nel lontano 1999, appassionato di Cinema occupa il suo tempo impiegato in un lavoro molto molto molto lontano da film e telefilm. Filmaker scadente a tempo perso, giornalista per hobby, recensore mediocre, cerca di tenere in piedi la baracca. Se non vede più di 100 film (al cinema) all'anno va in crisi d'astinenza.

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