Recensione in anteprima – Con Digger, Alejandro González Iñárritu torna a Hollywood dieci anni dopo Revenant e sceglie di farlo attraverso un oggetto cinematografico volutamente difficile da incasellare. Commedia satirica, apologo ecologista, critica al potere e riflessione sull’ego contemporaneo convivono all’interno di un film che non smette mai di cambiare pelle. Il risultato è affascinante, ambizioso (forse troppo) e spesso brillante. Al cinema dal 1 ottobre.

L’uomo che ha causato il problema

La premessa narrativa è tanto semplice quanto ironica. Digger Rockwell (Tom Cruise) è un magnate del petrolio chiamato dal Presidente degli Stati Uniti (John Goodman) a salvare il pianeta da una catastrofe ambientale. Il dettaglio che rende tutto grottesco è che il disastro è stato provocato proprio dalla sua azienda. Da questo paradosso prende forma un racconto che utilizza il linguaggio della satira per interrogare il rapporto tra potere, responsabilità e percezione pubblica.

Iñárritu non sembra interessato a costruire un tradizionale film ecologista. Anzi, per buona parte della durata dell’opera il tema ambientale appare quasi sfacciatamente esibito. Il messaggio viene spesso ripetuto, sottolineato, persino ostentato. In alcuni momenti il rischio di trasformare il film in una sorta di catechismo ideologico è reale. Scivolare nella retorica e nell’ormai trito conflitto anziani cattivi vs giovani bravi è facilissimo in questi casi e il film aggira il problema sfiorandolo.

Eppure, più la narrazione procede, più emerge l’idea che il vero bersaglio del regista non sia soltanto il disastro ambientale, ma soprattutto il modo in cui individui, governi e sistemi economici reagiscono quando ne diventano responsabili. La figura di Digger è costruita proprio su questa ambiguità. È contemporaneamente colpevole, vittima, prodotto del sistema e simbolo dello stesso. Una contraddizione vivente che Tom Cruise interpreta con sorprendente disponibilità all’autoparodia.

Tom Cruise contro Tom Cruise

Uno degli aspetti più interessanti del film riguarda proprio la scelta di Tom Cruise. Per decenni il suo volto è stato associato all’idea dell’eroe competente. Digger Rockwell rappresenta invece una deformazione quasi caricaturale di quella figura. Il personaggio domina la scena in modo assoluto. La sceneggiatura gli ruota continuamente attorno, fagocitando gran parte dello spazio disponibile. È una scelta che produce effetti contrastanti. Da una parte permette a Cruise di dare vita a una delle interpretazioni più eccentriche della sua carriera recente.

Digger è eccessivo, narcisista, impulsivo, talvolta persino ridicolo. L’attore si abbandona volutamente a una recitazione sopra le righe che inizialmente può risultare spiazzante. Ma è proprio qui che entra in gioco una delle intuizioni più interessanti del film. Quella recitazione apparentemente fuori scala possiede una ragione narrativa precisa. Con il progredire della storia e con il susseguirsi dei cambi di registro, il pubblico comprende che l’enfasi interpretativa fa parte della costruzione dell’intero progetto.

Non tutto il cast riceve però la stessa attenzione. Attori del calibro di Jesse Plemons e Sandra Hüller vengono utilizzati con efficacia ma senza essere realmente valorizzati. Lasciano intravedere possibilità che la sceneggiatura non sviluppa pienamente. Lo stesso vale per gran parte dei comprimari, che finiscono inevitabilmente oscurati dalla centralità assoluta del protagonista.

Primi piani, volti e maschere

Dal punto di vista visivo, Digger è probabilmente uno dei film più interessanti dell’anno. La collaborazione tra Iñárritu e Emmanuel Lubezki produce immagini che raramente si limitano a raccontare un evento. La macchina da presa invade continuamente i volti. I primi piani diventano uno strumento psicologico prima ancora che narrativo. La camera si avvicina ai protagonisti fino quasi a metterli a nudo, catturando cinismo, paura, rabbia, stupidità, arroganza e disperazione.

Digger scava nella terra, ma Iñárritu sembra interessato soprattutto a scavare negli esseri umani. La cura della messa in scena è straordinaria. Fotografia, scenografia e costumi lavorano costantemente insieme per costruire mondi che riflettono gli stati emotivi dei personaggi.

Tra le sequenze più suggestive spicca quella ambientata in una sorta di parlamento improvvisato. Qui la composizione cromatica, la scenografia e il modo in cui i personaggi vengono disposti nello spazio costruiscono una rappresentazione quasi pittorica del potere. I presenti appaiono come figure ingrigite, svuotate, autentici “sepolcri imbiancati” che reagiscono violentemente e senza concretezza alla gravità della situazione che li circonda.

Un film che cambia continuamente forma

La qualità più grande del film coincide probabilmente anche con il suo limite principale. Digger è costruito su diversi livelli narrativi, differenti piani temporali e una continua contaminazione di generi. Commedia, satira, dramma, riflessione filosofica e critica sociale si intrecciano senza mai stabilizzarsi definitivamente. Si fanno cinema, si fanno teatro.

Per alcuni spettatori sarà un grande pregio. Per altri rappresenterà un ostacolo. Il film cambia registro almeno due volte in modo netto e costringe continuamente il pubblico a ricalibrare il proprio sguardo. Questa instabilità produce passaggi straordinariamente stimolanti ma anche alcuni problemi di ritmo. La parte centrale appare la più fragile. Qui la sceneggiatura tende a disperdere energia, accumulando idee e suggestioni senza sempre riuscire a organizzarle in modo chiaro.

È probabilmente uno dei diversi momenti  in cui l’ambizione dell’opera (e del regista) rischia di diventare un peso. Eppure, anche nei suoi passaggi più confusi, Digger continua a rimanere vivo. Non smette mai di provocare, sorprendere o mettere in discussione ciò che lo spettatore crede di aver capito. Alla fine si esce dalla sala con sensazioni contrastanti ma difficilmente indifferenti.

Digger è un’opera che utilizza la satira per parlare del presente senza cercare scorciatoie e che trova in Tom Cruise un interprete disposto a distruggere parte della propria immagine pubblica per servire la visione del regista. Un film che probabilmente dividerà il pubblico, ma che possiede abbastanza idee, personalità e forza visiva da rendere la discussione inevitabilmente interessante.

Voto: 7,2

Di Giuseppe Bonsignore

Fondatore di Cinematik.it nel lontano 1999, appassionato di Cinema occupa il suo tempo impiegato in un lavoro molto molto molto lontano da film e telefilm. Filmaker scadente a tempo perso, giornalista per hobby, recensore mediocre, cerca di tenere in piedi la baracca. Se non vede più di 100 film (al cinema) all'anno va in crisi d'astinenza.

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