Recensione in anteprima – Il gatto col cappello riporta sul grande schermo uno dei personaggi più celebri dell’immaginario creato da Dr. Seuss attraverso un film d’animazione che punta tutto sull’energia, sul movimento e sull’intrattenimento. Una corsa continua tra mondi fantastici, gag, colori e avventure, senza dimenticare del tutto il racconto di una famiglia alle prese con un cambiamento importante. Al cinema dal 5 novembre.
Il caos che rischia il licenziamento
Il protagonista della vicenda è il Gatto col cappello (Bill Hader doppiatore nella versione originale, Stefano Fresi in quella italiana), uno specialista dell’intrattenimento infantile capace di trasformare qualsiasi giornata noiosa in un’esperienza memorabile. Il problema è che ogni sua impresa produce inevitabilmente conseguenze devastanti. I suoi interventi fanno salire il celebre disastrometro a livelli talmente elevati da convincere il suo capo Mr. Hoogeboom (Giancarlo Esposito) a considerare il licenziamento come unica soluzione possibile.
L’ultima possibilità arriva grazie all’intervento della responsabile delle risorse umane Sherry (Quinta Brunson), che ottiene per lui una sorta di prova finale. La missione appare quasi impossibile: intrattenere due bambini durante due giornate di pioggia. I due bambini sono Gabby (Xochitl Gomez) e Sebastian (Tiago Martinez), fratelli appena trasferiti in una nuova città a causa del lavoro della madre.
Gabby vive il trasloco come una perdita dolorosa: ha lasciato amici, abitudini e punti di riferimento e fatica ad accettare la nuova casa. Sebastian affronta invece il cambiamento con uno spirito diverso, anche grazie all’affetto verso il suo pesce rosso Waffle (Matt Berry / Herbert Ballerina), che rappresenta uno dei pochi legami concreti con la normalità precedente. Intorno a loro gravita anche la minacciosa proprietaria di casa Patty (Paula Pell), pronta a sfrattare la famiglia al minimo segnale di confusione.

Un luna park in costante accelerazione
Il film ha un ritmo elevatissimo. Anzi, spesso sembra voler andare oltre il semplice dinamismo per inseguire una frenesia quasi continua. Ogni sequenza introduce nuovi elementi, nuovi personaggi, nuovi mondi e nuove situazioni. Lo spettatore viene trascinato in una sorta di parco divertimenti narrativo dove non esiste praticamente alcuna pausa. Le scene si susseguono rapidamente, i colori esplodono sullo schermo, i personaggi parlano, gridano, ridono e si muovono senza sosta.
Alessandro Carloni e Erica Rivinoja dimostrano una notevole capacità nel maneggiare una macchina narrativa così complessa e caotica. L’obiettivo principale appare chiarissimo: catturare l’attenzione dei più piccoli senza lasciar loro il tempo di distrarsi. In questo senso l’operazione riesce perfettamente. Il film sembra progettato per generare continuamente stimoli visivi ed emotivi, offrendo una quantità quasi inesauribile di situazioni buffe e imprevedibili.
A volte questa scelta diventa persino eccessiva. Alcuni passaggi risultano così saturi di eventi da rendere difficile assimilare tutto ciò che accade sullo schermo. Tuttavia questa esagerazione sembra far parte della natura stessa del personaggio. L’animazione sostiene con efficacia la necessità di rendere credibili ambienti sempre più assurdi e fantasiosi. L’impressione generale è quella di una produzione che non teme il rischio dell’eccesso e che anzi lo utilizza come tratto distintivo.

Dietro il divertimento, una storia di famiglia
Sotto la superficie rumorosa e giocosa affiora però un secondo racconto, molto più intimo. Al centro non c’è realmente il Gatto, ma la difficoltà di affrontare un cambiamento imprevisto. Gabby e Sebastian stanno vivendo l’esperienza del trasferimento, e il film utilizza la fantasia per elaborare una paura molto concreta.
Gabby rappresenta perfettamente il disagio di chi è stato costretto ad abbandonare ciò che amava. La sua tristezza non nasce da un capriccio infantile ma dalla sensazione di aver perso una parte importante della propria identità. Per questo motivo il personaggio del Gatto assume anche una funzione diversa rispetto a quella puramente comica: diventa una forza destabilizzante che costringe la bambina a guardare il cambiamento da una prospettiva differente.
Il film parla anche dei legami familiari e della capacità di adattarsi alle trasformazioni della vita. Lo fa in modo semplice, senza lunghe riflessioni e senza voler impartire lezioni. Questo non rappresenta il suo obiettivo principale, ma costituisce una presenza costante che impedisce alla narrazione di trasformarsi in una mera successione di gag. È proprio questo equilibrio a evitare che il film diventi soltanto un esercizio di animazione spettacolare.

Uno spettacolo travolgente che non dimentica il cuore
Il gatto col cappello è soprattutto un film godibile. Non cerca di rivoluzionare il cinema d’animazione né di reinventare il personaggio creato da Dr. Seuss. Preferisce puntare sulla capacità di intrattenere e sulla libertà immaginativa che da sempre caratterizza questa figura.
La regia di Alessandro Carloni ed Erica Rivinoja sfrutta al massimo il potenziale visivo del materiale di partenza, costruendo un’esperienza che assomiglia più a una lunga attrazione da luna park che a una fiaba tradizionale. Il ritmo può risultare eccessivo, ma è proprio quell’eccesso a definire l’identità del film.
Al termine della visione rimangono soprattutto la vitalità delle immagini, il senso di meraviglia continua e una riflessione semplice ma efficace sul significato della famiglia e sulla capacità di affrontare il cambiamento. Tra caos, risate e assurdità, il film riesce infatti a ricordare che i punti di riferimento possono cambiare senza per questo scomparire. E’ un film godibile più per i bambini che per tutta la famiglia.
Voto: 7,4