Recensione in anteprima – Venezia ’26 – In concorso – Primetime arriva da Venezia con un soggetto potenzialmente straordinario: raccontare la nascita di uno dei programmi televisivi più controversi della storia americana e riflettere sul confine tra giustizia, spettacolo e voyeurismo mediatico. È un film che vuole essere una riflessione sul potere dei media, ma che finisce spesso per limitarsi a ribadire concetti già noti senza trovare un punto di vista realmente personale. Al cinema dal 15 ottobre.

L’uomo dietro il fenomeno

Al centro della vicenda troviamo Chris Hansen (Robert Pattinson), il celebre giornalista che contribuì a trasformare To Catch a Predator in un fenomeno televisivo capace di attirare milioni di spettatori. La scelta di concentrarsi non soltanto sul programma ma sul suo ideatore è probabilmente la più interessante dell’intera operazione. Hansen viene raccontato come un professionista ossessionato dal risultato, dall’impatto mediatico e dalla volontà di cambiare la televisione.

Il film suggerisce continuamente una domanda: dove finisce la ricerca della giustizia e dove inizia la ricerca dello share? È una questione affascinante che avrebbe potuto generare un’opera complessa e disturbante. Oppenheim prova a percorrere questa strada, ma raramente riesce ad andare oltre la superficie.

Molte delle contraddizioni del protagonista vengono enunciate più che approfondite. Hansen appare spesso come una figura già definita dall’inizio alla fine, senza un vero percorso di trasformazione che permetta allo spettatore di scoprirne gradualmente le sfumature. Un limite non trascurabile per un’opera che ambisce a raccontare i meccanismi attraverso cui l’informazione diventa spettacolo.

Robert Pattinson salva ciò che può

Se Primetime rimane comunque guardabile e a tratti coinvolgente, gran parte del merito appartiene a Robert Pattinson. L’attore continua a dimostrare una notevole intelligenza nella scelta dei progetti e affronta Chris Hansen con un approccio misurato e inquieto. Non cerca mai di trasformarlo in un eroe né in un villain. Lo interpreta come un uomo che finisce per credere alla narrativa che lui stesso sta costruendo.

Pattinson lavora bene sulle ambiguità, sui silenzi e sulle zone grigie del personaggio. È una recitazione controllata che riesce a comunicare molto più di quanto non faccia la sceneggiatura. La scrittura appare spesso prevedibile, incapace di sorprendere lo spettatore o di aprire prospettive veramente originali sul fenomeno raccontato. Molte scene sembrano condurre esattamente dove ci si aspetta che conducano e il racconto fatica a trovare momenti di autentica tensione drammatica.

Anche personaggi come Lynn Keller (Merritt Wever), Dan Plumb (Skyler Gisondo) e Del Harvey (Phoebe Bridgers) finiscono per orbitare attorno al protagonista senza acquisire una reale autonomia narrativa. Si avverte costantemente la sensazione di un cast capace di offrire molto di più rispetto allo spazio che la sceneggiatura concede loro.

Una critica tardiva

Il problema più evidente di Primetime è probabilmente temporale. Il film sembra nascere già vecchio. Le sue riflessioni sulla spettacolarizzazione del dolore, sulla televisione che trasforma la cronaca in intrattenimento e sull’ossessione per gli ascolti risultano corrette, ma anche largamente condivise e già assimilate dal pubblico contemporaneo. Quando il film denuncia certe dinamiche, lo spettatore ha spesso l’impressione di trovarsi davanti a qualcosa che era già stato compreso anni fa.

Questo non significa che il tema abbia perso importanza. Significa però che l’opera avrebbe dovuto trovare una prospettiva nuova per renderlo nuovamente urgente. Il tentativo più evidente consiste nel collegamento implicito ai social network e alla cultura della gogna pubblica contemporanea.

Oggi molte piattaforme digitali svolgono spesso il ruolo di giudici, giurie e tribunali dell’opinione pubblica in modo non troppo diverso da quanto faceva la televisione all’inizio degli anni Duemila. Tuttavia il film affronta questo parallelo in maniera troppo timida. Di conseguenza una delle possibili chiavi di lettura più interessanti rimane incompiuta, lasciando lo spettatore con l’impressione di un’occasione soltanto sfiorata.

Eleganza formale e poca personalità

Dal punto di vista tecnico, Primetime è indubbiamente curato. La ricostruzione dell’epoca è precisa. Si percepisce anche la volontà di contaminare il biopic tradizionale con elementi noir e thriller, cercando di trasformare il dietro le quinte televisivo in un racconto di tensione morale. Il problema è che tutta questa cura formale non si traduce mai in una vera identità artistica.

Manca una scena destinata a rimanere impressa. Manca un’intuizione registica che differenzi il film da molte altre opere simili. Manca soprattutto il coraggio di spingersi davvero nelle zone più scomode della vicenda. Paradossalmente, considerando il tema trattato, Primetime finisce per assomigliare a ciò che vorrebbe criticare: un prodotto ben confezionato che cerca di attirare l’attenzione senza riuscire davvero a lasciare il segno.

Lance Oppenheim dimostra talento e sensibilità, mentre Pattinson conferma ancora una volta di essere uno degli interpreti più interessanti della sua generazione. Ma il film, nel suo complesso, appare troppo prudente per essere memorabile e troppo prevedibile per risultare davvero provocatorio.

Alla fine della visione non resta tanto la riflessione sui media quanto il rimpianto per il film che Primetime avrebbe potuto essere.

Voto: 5,8

Di Giuseppe Bonsignore

Fondatore di Cinematik.it nel lontano 1999, appassionato di Cinema occupa il suo tempo impiegato in un lavoro molto molto molto lontano da film e telefilm. Filmaker scadente a tempo perso, giornalista per hobby, recensore mediocre, cerca di tenere in piedi la baracca. Se non vede più di 100 film (al cinema) all'anno va in crisi d'astinenza.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *