Recensione in anteprima – Venezia ’26 – Orizzonti – Tommaso Landucci sceglie la strada più difficile: osservare la disabilità, la genitorialità e il desiderio senza giudicare nessuno dei suoi personaggi. Ne nasce un dramma familiare intenso, maturo e sorprendentemente delicato, sostenuto da una delle migliori interpretazioni della carriera di Riccardo Scamarcio. Al cinema dal 17 settembre.

Il figlio che c’è e il figlio immaginato

La grande intuizione del film risiede nel suo conflitto centrale. Dario (Riccardo Scamarcio) è un padre presente, affettuoso, generoso. Dedica ogni energia a Enrico (Andrea Aggio), il figlio con disabilità, e non manifesta mai apertamente insofferenza o rifiuto. Sarebbe stato facile costruire un personaggio consumato dal risentimento o dalla frustrazione; Landucci sceglie invece una strada molto più complessa. Dario ama suo figlio. Ed è proprio questo a rendere dolorosa la vicenda.

Perché parallelamente esiste un’altra figura che invade lentamente i suoi pensieri: il nipote Giacomo (Tancredi Naldini). Nel ragazzo vede riflessa una possibilità mai vissuta, un rapporto diverso, un’immagine di paternità costruita inconsciamente nel corso degli anni. Il film diventa allora il racconto di due paternità che convivono nella stessa persona: quella reale, fatta di responsabilità quotidiane e sacrifici concreti, e quella immaginaria, popolata dalle aspettative, dai desideri e dalle occasioni che non si sono mai realizzate.

È una riflessione estremamente umana, perché evita accuratamente il giudizio morale. Dario non è un uomo cattivo, né un padre insufficiente. È semplicemente un essere umano che si confronta con pensieri che preferirebbe non avere.

La disabilità raccontata con rispetto

Uno dei principali meriti dell’opera è il modo in cui affronta la disabilità fisica e cognitiva. Nel cinema contemporaneo questo tema viene spesso piegato a due estremi opposti: la spettacolarizzazione del dolore oppure l’edulcorazione della realtà. I figli della scimmia evita entrambe le strade. La condizione del figlio di Dario non diventa mai il centro assoluto della narrazione. È una presenza concreta, quotidiana, parte integrante della vita familiare.

Landucci dimostra una sensibilità notevole nell’osservare la normalità di una situazione che richiede attenzioni straordinarie. I piccoli gesti, le routine, le rinunce e gli affetti vengono raccontati con naturalezza, senza bisogno di sottolineature. È forse qui che si avverte il motivo per cui il film abbia conquistato il Premio Orizzonti per la miglior sceneggiatura dopo un percorso iniziato con la vittoria del Premio Solinas. La scrittura non cerca la frase ad effetto ma la credibilità dei comportamenti.

Molti dei sentimenti che attraversano il protagonista non vengono mai verbalizzati. Lo spettatore è chiamato a osservare e comprendere, non semplicemente a ricevere spiegazioni. Anche il titolo trova progressivamente il suo significato. Il riferimento alla favola di Esopo non appare come un vezzo intellettuale, ma come una chiave di lettura sul rapporto tra genitori e figli, sui desideri inconsapevoli e su quelle aspettative che ogni adulto finisce inevitabilmente per proiettare sui più giovani.

Un legame raramente raccontato

Il cinema ha raccontato infinite volte il rapporto padre-figlio. Molto più raramente si è soffermato sulla relazione tra uno zio e un nipote. Eppure è proprio questa zona emotiva meno esplorata a fornire all’opera la sua originalità più autentica. Giacomo rappresenta per Dario una possibilità. Non tanto un sostituto del figlio, quanto una finestra aperta su ciò che immaginava sarebbe stata la propria vita.

È una dinamica che cresce gradualmente e che la sceneggiatura costruisce con intelligenza, evitando qualsiasi forzatura melodrammatica.Il rapporto si sviluppa attraverso momenti semplici, conversazioni ordinarie, esperienze condivise. Man mano che il legame si rafforza, il film mostra come le migliori intenzioni possano trasformarsi in qualcosa di pericoloso. Dario non cerca deliberatamente di tradire il proprio ruolo di padre, ma si trova intrappolato in una tensione emotiva che fatica a controllare.

Lo spettatore comprende le ragioni di tutti i personaggi coinvolti e osserva il progressivo deterioramento dell’equilibrio familiare con una partecipazione crescente. È una scrittura adulta, che preferisce le sfumature alle contrapposizioni nette.

La maturità di Scamarcio

Se il film funziona così bene, una parte importante del merito appartiene a Riccardo Scamarcio. La sua interpretazione è probabilmente una delle più mature della sua carriera. L’attore costruisce un personaggio complesso senza ricorrere a grandi esplosioni emotive o a momenti di evidente virtuosismo. Dario diventa così una figura straordinariamente credibile. Un uomo che cerca di fare la cosa giusta mentre scopre che le emozioni non sempre seguono percorsi razionali.

Anche la regia di Landucci dimostra una notevole maturità. Le location piemontesi, dai Laghi di Avigliana alla Val di Susa fino a Torino, contribuiscono a creare un ambiente concreto e vissuto. Il film evita continuamente la tentazione di spettacolarizzare il dolore. È una scelta che potrebbe apparire poco appariscente, ma che rappresenta in realtà una delle sue maggiori virtù.

Alla fine della visione resta la sensazione di aver assistito a un racconto profondamente umano. Non perfetto, forse, ma sincero, sensibile e capace di affrontare temi complessi senza semplificazioni. I premi ottenuti a Venezia, dal riconoscimento per la sceneggiatura a quello per Scamarcio come miglior attore nella sezione Orizzonti, appaiono dunque pienamente giustificati. I figli della scimmia non è soltanto un buon film italiano. È un’opera che dimostra come si possa parlare di famiglia, disabilità e desiderio con intelligenza, rispetto e autenticità.

Voto: 7,6

Di Giuseppe Bonsignore

Fondatore di Cinematik.it nel lontano 1999, appassionato di Cinema occupa il suo tempo impiegato in un lavoro molto molto molto lontano da film e telefilm. Filmaker scadente a tempo perso, giornalista per hobby, recensore mediocre, cerca di tenere in piedi la baracca. Se non vede più di 100 film (al cinema) all'anno va in crisi d'astinenza.

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