Recensione in anteprima – Tuner, l’accordatore è un thriller del 2025 che prova a trasformare il suono in destino. Daniel Roher costruisce un racconto che vibra più di quanto esploda, puntando su percezioni sottili e conflitti interiori. Il risultato è un film imperfetto ma profondamente coinvolgente, capace di restare nell’orecchio e nella coscienza. Al cinema dal 28 maggio.

Il dono che diventa prigione

Fin dalle prime sequenze, Tuner chiarisce la propria ambizione: raccontare un protagonista che vive immerso nel suono, ma separato dal mondo. Niki White (Leo Woodall) non è solo un ex prodigio del pianoforte, ma un corpo attraversato dai rumori, dalle vibrazioni, da tutto ciò che gli altri non percepiscono. Il suo orecchio assoluto non è un talento virtuoso: è una condizione esistenziale.

Daniel Roher, il regista, costruisce attorno a questa idea un personaggio che sembra sempre sul punto di esplodere senza mai riuscirci davvero. Niki sente tutto: i difetti di un pianoforte, le sfumature emotive di una voce, persino, in certi momenti, la verità nascosta dietro le parole. Eppure non riesce a fare la cosa più semplice: ascoltare se stesso.

È qui che il film trova il suo nucleo più autentico. Il protagonista è un genio musicale che non può suonare. Il rumore del mondo, che per altri è neutro, per lui è tossico, invadente, quasi invalidante. Le cuffie che indossa diventano un simbolo potentissimo: non solo protezione, ma barriera. Difesa e isolamento. Un oggetto che lo salva e, allo stesso tempo, lo condanna a una distanza irreparabile dagli altri. In questo senso, Tuner non è solo un thriller: è il racconto di una frattura interiore, di un’identità che non riesce a coincidere con se stessa.

Ascoltare gli altri, perdere sé stessi

Il legame tra Niki e Ruthie è uno degli elementi più riusciti del film. Non è una storia d’amore convenzionale, ma una relazione costruita su impercettibili variazioni emotive, su un continuo tentativo di comprensione reciproca. Niki è in grado di “leggere” Ruthie sin dal primo incontro, attraverso il suono: coglie nei suoi silenzi, nei suoi scarti, nei suoi toni qualcosa che va oltre le parole. Lei, affascinante e al tempo stesso ruvida, sembra rappresentare tutto ciò che il protagonista non riesce a essere: istintiva, diretta, apparentemente libera, pianista.

La loro relazione si sviluppa come una partitura musicale. Non c’è mai un’esplosione melodrammatica, ma una progressione lenta, fatta di tensioni trattenute, di avvicinamenti e distanze. È una storia d’amore sussurrata, orchestrata con attenzione, come una sinfonia che non cerca il volume ma la precisione.

Eppure, anche in questo rapporto, emerge il limite di Niki: sa percepire gli altri, ma non riesce a entrare davvero in relazione. Rimane sempre un passo indietro, come se la sua stessa capacità di ascolto gli impedisse di vivere. Il film lavora molto bene su questa contraddizione. Più Niki è sensibile al mondo, più ne resta escluso. È un paradosso che dà profondità alla narrazione e rende la sua evoluzione emotiva credibile e dolorosa.

Il passaggio al crimine e il ruolo di Hoffman

Il passaggio di Niki verso l’illegalità non nasce da ambizione o cinismo, ma da un’esigenza profondamente umana: il bisogno di restituire, di proteggere, di appartenere. È qui che Harry Horrowitz (Dustin Hoffman) assume un ruolo centrale. Harry non è solo il datore di lavoro con cui Niki accorda e ripara pianoforti. È una figura paterna, forse la più vicina a colmare il vuoto lasciato da una perdita precoce. Il loro legame è costruito con una sincerità disarmante e schietta. Accanto a lui, anche la dimensione domestica, la coppia, la vulnerabilità economica, i debiti ospedalieri diventa concreta, tangibile.

È per Harry e sua moglie Maria (Tovah Feldshun) che Niki compie la sua scelta. Non per denaro, non per sfida, ma per una forma quasi primitiva di gratitudine e responsabilità. Quando comprende che il suo “dono” può essere utilizzato per aprire casseforti, non lo vive come un salto nel crimine, ma come una deviazione necessaria. Questo rende il film particolarmente efficace sul piano emotivo: lo spettatore non giudica Niki, ma lo segue. Comprende il gesto, anche quando ne percepisce il rischio morale.

Le sequenze legate agli scassi mantengono una tensione sottile, costruita più sull’ascolto che sull’azione pura.  Il limite resta nella prevedibilità di alcuni sviluppi e in un finale che non sempre coincide con il desiderio dello spettatore, ormai completamente schierato dalla parte del protagonista. Ma anche questa scelta ha una sua coerenza: offrire una soluzione dura e spiazzante a una storia nata da una frattura.

Un legame che resta

La forza di Tuner non sta tanto nella sua trama quanto nella sua capacità di connettere lo spettatore con l’animo del protagonista. Daniel Roher riesce a costruire un ponte empatico diretto, quasi immediato. Si parteggia per Niki senza riserve. La sua impossibilità di fare ciò che ama, la sua solitudine rendono il suo percorso profondamente umano. È un personaggio che chiede di essere ascoltato, ma che non riesce a farsi sentire davvero. Un urlo silenzioso, trattenuto, che attraversa tutto il film.

Dal punto di vista tecnico, la regia sceglie una via sobria, evitando virtuosismi inutili e lasciando spazio alle interpretazioni e al suono. La colonna sonora e il lavoro acustico svolgono un ruolo fondamentale: non sono solo accompagnamento, ma parte integrante della narrazione.

Alla fine, ciò che resta è una sensazione duplice. Tuner non è un film perfetto: ha alcune prevedibilità, un finale discutibile e un impianto thriller che non reinventa il genere. Ma è un film sincero, capace di emozionare senza forzature, di costruire un personaggio che rimane impresso e di usare un’idea semplice per raccontare qualcosa di più profondo. È un film che forse non colpisce sempre con forza, ma che riesce a toccare nel punto giusto.

Voto: 7,4

Di Giuseppe Bonsignore

Fondatore di Cinematik.it nel lontano 1999, appassionato di Cinema occupa il suo tempo impiegato in un lavoro molto molto molto lontano da film e telefilm. Filmaker scadente a tempo perso, giornalista per hobby, recensore mediocre, cerca di tenere in piedi la baracca. Se non vede più di 100 film (al cinema) all'anno va in crisi d'astinenza.

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