Recensione in anteprima – Hamnet, il nuovo film di Chloé Zhao, arriva nelle sale italiane il 5 febbraio 2026 come un’opera che non si limita a raccontare una storia, ma chiede allo spettatore di attraversarla.È un film che parla di ferite riconoscibili, in cui il dolore diventa un linguaggio personale.

La storia di un nome e di un destino

Chloé Zhao parte dall’omonimo best seller dell’autrice irlandese Maggie O’Farrell che assume il punto di vista della moglie del Bardo, Agnes (nella realtà Anne Hathaway), per raccontare uno degli episodi più tragici della loro vita, ovvero la morte del figlio Hamnet, a soli 11 anni. Quell’episodio da un lato è stato un trauma profondissimo per la coppia, ma è stato anche la fonte di ispirazione del capolavoro di Shakespeare, Hamlet, che porta quasi il nome del suo bambino perduto (anzi, proprio lo stesso nome, come avvisa una citazione nel film diretto da Zhao e sceneggiato insieme alla O’Farrell), e che è imperniato sul tema del lutto e della perdita di identità che ne può derivare.

“Hamlet” è stato scritto infatti proprio nel periodo seguito alla morte del bambino, ed è stato portato in scena al Globe Theatre di Londra quattro anni dopo, cementando la reputazione di Shakespeare come drammaturgo.

Il film si apre su un’immagine che rimane impressa come un marchio: il nome Hamnet. Non è solo il titolo del film ma la spiegazione di come Hamnet sia Hamlet. È un nome che vibra, che sembra contenere una promessa e una minaccia. Zhao decide di mostrarlo prima ancora di mostrare un volto, quasi a dire che tutto ciò che seguirà nascerà da quella parola breve, fragile, eterna.

Dopo questo preludio, la regista immerge lo spettatore nella vita domestica di Agnes (Jessie Buckley) e William Shakespeare (Paul Mescal). Il loro primo incontro, tutto è intimo, quasi raccolto. I gesti quotidiani – tagliare erbe medicinali, sistemare un falco ferito, ascoltare il vento tra gli alberi – costruiscono una connessione profonda tra Agnes e la natura che la circonda. È da quel mondo sensoriale, fatto di silenzi e intuizioni, che nasce l’affetto viscerale verso i figli.

Due gemelli, un solo respiro

Hamnet (Jacobi Jude) è un bambino che osserva molto e parla poco, gioca/impara da moschettiere con il padre ma ha una sensibilità nascosta. Accanto a lui, la sorella gemella Judith (Olivia Lynes) è uguale ma opposta, come se fossero due metà della stessa anima. Zhao li filma come una coppia inseparabile di pianeti in orbita costante, con un’armonia che già suggerisce un fragile equilibrio destinato a spezzarsi.

A circa metà il film offre la sua anima doppia proprio come Hamnet e Judith. È qui che Zhao inserisce uno dei momenti più forti dell’intero film: i gemelli uno accanto all’altra, le mani intrecciate, mentre la luce filtra attraverso la finestra come se volesse dividere e unire allo stesso tempo. Judith trema, Hamnet no; eppure è lui a prendere un respiro più profondo, come per alleggerire il fardello della sorella.

Il “passaggio del male” non è mostrato come evento fisico, ma come un gesto emotivo, una scelta che Hamnet compie per la sorella. Poco dopo, infatti, è lui a peggiorare. È un sacrificio raccontato con una delicatezza e con un impatto devastante: un fratello che, nella sua innocenza, prende su di sé ciò che avrebbe distrutto l’altra metà del suo essere.

Quando Agnes si rende conto di ciò che sta accadendo, la sua reazione è un urlo straziante, incapace di accettare la logica crudele del destino. Un urlo e un pianto che arrivano dritte al cuore dello spettatore con rara empatia.

Dopo la perdita

A partire dalla morte di Hamnet, il film cambia ritmo, colore, densità. Tutto diventa più pesante, come se la cinepresa stessa avesse iniziato a zoppicare. Agnes è una madre mutilata: non nel corpo, ma nell’identità. La casa, prima vibrante, ora appare svuotata, incapace di contenere la sua disperazione.

Shakespeare, invece, affronta il lutto in una maniera opposta. Non riesce a restare fermo: scappa a Londra, si rifugia nel teatro, tenta di razionalizzare ciò che non si può razionalizzare. La distanza tra i due coniugi diventa un abisso, e Zhao la mostra con una serie di inquadrature che li ritraggono ciascuno circondato dal proprio silenzio. Nessuno dei due trova le parole giuste. Nessuno dei due sa più come toccare l’altro.

Eppure il mondo continua. Judith cresce con un’ombra accanto, un’assenza che è anche una presenza costante. La regista riesce a restituire la sensazione che il dolore non abbia un punto di arrivo, ma solo trasformazioni continue. Il “fantasma” di Hamnet si materializza nei ricordi, di quei momenti di vita famigliare mai dimenticati.

Teatro al cinema

La prima rappresentazione dell’Amleto è la scena che rende tangibile il legame tra la morte del bambino e la nascita del capolavoro teatrale. La sala è piena, Shakespeare osserva da dietro le quinte, trattenendo un respiro che sembra non appartenere al presente ma a un ricordo distante.

Ogni frase, ogni esitazione, ogni gesto sembra rievocare la figura di Hamnet, come se il figlio fosse ancora lì, tra le tavole del palcoscenico. La cinepresa passa lentamente sugli sguardi del pubblico: alcuni ascoltano in silenzio, altri hanno gli occhi lucidi, altri ancora non capiscono perché una storia di danesi e vendette li stia scuotendo così profondamente.

E poi c’è Agnes che vede sul volto dell’attore un’espressione che riconosce. Per un istante, le linee tra teatro e vita si dissolvono. La donna si emoziona. Lo spettatore in sala – sia quello nel film, sia quello al cinema – percepisce il peso condiviso di quell’istante. Se, forse, il film può essere tacciato di creare la lacrima facile, qui, in questa scena la regia, la sceneggiatura e la bravura di Jessie Buckley, Paul Mescal e il piccolo Jacobi Jupe sono perfetti nel commuovere il pubblico senza forzature. Lo slancio di Agnes è spontaneo e liberatorio perchè forse l’arte non guarisce, ma permette almeno di respirare.

Film da non perdere. Ultima curiosità: l’attore che interpreta Hamlet durante lo spettacolo è Noah Jupe, fratello di Jacobi Jupe, l’Hamnet del film.

Voto: 8,6

Di Giuseppe Bonsignore

Fondatore di Cinematik.it nel lontano 1999, appassionato di Cinema occupa il suo tempo impiegato in un lavoro molto molto molto lontano da film e telefilm. Filmaker scadente a tempo perso, giornalista per hobby, recensore mediocre, cerca di tenere in piedi la baracca. Se non vede più di 100 film (al cinema) all'anno va in crisi d'astinenza.

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