Recensione in anteprima – Roma ’25 – Gran Public –Con Il falsario, Stefano Lodovichi realizza un thriller storico che affonda nella Roma degli anni di piombo e segue la parabola di Antonio “Toni” Chicchiarelli, falsario geniale. Pietro Castellitto interpreta un uomo che vive sul filo tra talento e autodistruzione, mentre il film ricostruisce uno dei capitoli più ambigui della storia repubblicana. In streaming su Netflix dal 23 gennaio 2026.

Un Paese che si specchia nei suoi falsi

Stefano Lodovichi ci porta nella Roma del 1978‑1984, un’Italia attraversata da tensioni politiche, servizi segreti deviati e un mercato nero dell’arte che prospera nell’ombra. Sullo sfondo e sempre più centrale il celebre comunicato n. 7 delle Brigate Rosse, quello che annunciava il presunto “suicidio” di Aldo Moro: un documento che la storia ha riconosciuto come un falso, attribuito proprio a Chicchiarelli.

Il regista non usa questo episodio come semplice riferimento, ma come chiave di lettura di un’epoca in cui la verità era un terreno instabile. Le strade di Roma sono ricostruite con un realismo sporco: muri tappezzati di manifesti politici, sirene in lontananza, bar fumosi, uffici ministeriali che sembrano labirinti burocratici.

Il regista insiste su un’estetica che comunica immediatamente la perdita di controllo dello Stato: luci basse, interni saturi, colori che oscillano tra il giallo delle lampade e il grigio del cemento. È un’Italia che non ha ancora metabolizzato le sue ferite e che trova nei falsi – quadri, documenti, identità – un modo per sopravvivere alle proprie contraddizioni.

Il genio inquieto di Toni Chicchiarelli

Pietro Castellitto offre una delle sue interpretazioni più intense: il suo Toni è arrogante, brillante, autodistruttivo, un uomo che vive la falsificazione come un’arte e come una condanna. Castellitto lavora su sguardi, esitazioni, improvvisi scatti d’orgoglio, costruendo un personaggio che non cerca mai la simpatia dello spettatore ma che resta magnetico.

Accanto a lui, Giulia Michelini interpreta una figura femminile che si muove tra complicità e disincanto, partecipe del mondo di Toni ma sempre un passo più in là, come se sapesse che quell’universo è destinato a crollare. Andrea Arcangeli e Aurora Giovinazzo rappresentano la generazione che cresce all’ombra di un sistema in cui il talento può diventare un’arma.

Il film mostra Toni al lavoro: pigmenti, tele, carte intestate, firme ricostruite al millimetro. Le sequenze dedicate alla falsificazione sono tra le più affascinanti, perché rivelano la cura maniacale di un uomo che conosce gli originali meglio degli stessi autori.

“Toni, con la i non come quel nano di Little Tony o di Tony Renis”

Questo l’orgoglio e l’irriverenza di Toni Chicchiarelli in una sola frase per ribadire la sua unicità, la sua firma, il suo essere diverso dagli altri.

L’ombra lunga della Storia

Uno degli elementi più riusciti del film è il modo in cui la sceneggiatura intreccia la vicenda personale di Chicchiarelli con la cronaca italiana. Il comunicato n. 7, la rapina da 35 miliardi del 1984, i rapporti con la Banda della Magliana, le ambiguità dei servizi segreti: tutto entra nella narrazione senza trasformarla in un documentario.

Lodovichi suggerisce più di quanto mostri, lasciando allo spettatore la sensazione che Toni sia stato un ingranaggio di un meccanismo più grande, un uomo usato e poi abbandonato. La regia utilizza alcune volte sovrapposizioni visive, fotografie d’archivio e riprese storiche per creare un dialogo costante tra realtà e finzione.

Roma diventa un labirinto: vicoli bui, gallerie d’arte che odorano di soldi e compromessi, appartamenti in cui si decidono destini politici. Il film non cerca risposte definitive, ma restituisce il clima di sospetto e ambiguità che caratterizzò quegli anni. E il sospetto e l’ambiguità si trasferisce anche quando Toni viene avvicinato da misteriosi uomini di Stato principalmente nel personaggio interpretato dal sempre eccellente Claudio Santamaria.

Una tensione mal gestita

Il film utilizza la stessa atmosfera dell’apprezzato “Il traditore” ma risulta più dinamico e molto più pensato per essere visto in streaming dove in effetti approda tramite Netflix. Il montaggio è serrato ma leggibile, capace di gestire la complessità narrativa senza sacrificare la chiarezza. La sceneggiatura sebbene molto curata non sempre riesce a ritrasmettere quanto vorrebbe.

Le musiche accompagnano la tensione con discrezione, evitando l’enfasi e lasciando spazio ai silenzi, che diventano parte integrante del racconto. Le ricostruzioni delle opere – vere e false – sono curate con un realismo che evita l’effetto didascalico.

Il film, però, non è privo di difetti. Alcune scene son scontate e il finale si appesantisce: alcune rivelazioni arrivano in modo brusco, e la sceneggiatura sembra voler chiudere troppi fili narrativi in poco tempo. Anche alcuni personaggi secondari, pur ben interpretati, restano più simboli che persone, sacrificati alla necessità di coprire un arco storico molto ampio e a porre troppo al centro Toni e il suo istrionico interprete.

Voto: 6

Di Giuseppe Bonsignore

Fondatore di Cinematik.it nel lontano 1999, appassionato di Cinema occupa il suo tempo impiegato in un lavoro molto molto molto lontano da film e telefilm. Filmaker scadente a tempo perso, giornalista per hobby, recensore mediocre, cerca di tenere in piedi la baracca. Se non vede più di 100 film (al cinema) all'anno va in crisi d'astinenza.

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