Recensione in anteprima – Con Greenland 2: Migration, Ric Roman Waugh prosegue la storia della famiglia Garrity dopo la catastrofe globale causata dalla cometa Clarke. Gerard Butler e Morena Baccarin tornano nei panni di John e Allison, impegnati in un viaggio attraverso un’Europa devastata alla ricerca di un nuovo luogo sicuro. Il film esce in Italia il 29 gennaio 2026.
Un continente che riflette le sue fratture
Ric Roman Waugh ritorna alla regia dopo il primo capitolo e ci immerge in un’Europa post‑impatto segnata da governi collassati, infrastrutture distrutte e comunità che vivono secondo regole improvvisate. La Groenlandia, rifugio del primo film, è ormai un punto di partenza: la famiglia Garrity deve attraversare territori ostili per raggiungere una presunta zona stabile nel Sud Europa. La trama si sviluppa come un road‑movie distopico, in cui ogni tappa rivela un nuovo frammento di un continente che fatica a ritrovare un’identità.
Il capitolo precedente del 2020 è un film apocalittico, questo nuovo capitolo è post-apocalittico e quindi ne ha tutte le caratteristiche classiche. Nessuna originalità se si eccettua un po’ di deformazioni dei continenti che, se realmente fossero avvenute, molto probabilmente non avrebbero potuto lasciare dei sopravvissuti.
La ricostruzione visiva è, pero, uno dei punti più solidi del film. Paesaggi innevati, città fantasma, campi profughi che si estendono all’infinito, città sommerse: l’estetica è coerente e comunica un senso costante di precarietà. Le luci fredde, i cieli opachi creano un’atmosfera credibile, anche se a tratti ripetitiva. L’Europa rappresentata da Waugh è un mosaico di rovine e tentativi di rinascita, un luogo in cui la civiltà sembra sopravvivere solo per inerzia.
Tuttavia, la scenografia e gli ostacoli che incontra la famiglia sembra far assomigliare il film a un videogioco. Alcune sequenze, pur visivamente efficaci, sembrano inserite più per allungare il racconti che per far avanzare la storia. Il film suggerisce molto ma approfondisce poco, lasciando la sensazione di un universo ricco ma non pienamente esplorato.

La famiglia Garrity e il peso delle scelte
Gerard Butler interpreta un John Garrity più segnato e introverso rispetto al primo film. Il suo lavoro è solido, ma meno incisivo: la sceneggiatura non gli offre momenti realmente memorabili se si eccettuano le scene che ci lancerebbero in spoiler non graditi. Butler costruisce comunque un padre che tenta di mantenere il controllo in un mondo che non ne ha più.
Morena Baccarin, nei panni di Allison, offre invece una performance più sfumata e più centrata. Il suo personaggio assume un ruolo più attivo, mettendo in discussione le scelte del marito e cercando di guidare la famiglia con pragmatismo. Baccarin riesce a trasmettere una tensione emotiva costante rilanciando un certo fascino.
Moran Griffin Davis, che interpreta Nathan, il figlio ormai cresciuto, porta sullo schermo un adolescente costretto a crescere troppo in fretta. Le sue difficoltà respiratorie aggiungono realismo e tensione, ma la gestione narrativa della sua condizione è altalenante: a volte centrale, altre quasi dimenticata.
Tra i nuovi personaggi spicca Camille (Nelia Valery Da Costa), che aggiunge movimento alla narrazione soprattutto inserendosi come amica della famiglia e, soprattutto, per Nathan che ha così una coetanea con la quale confrontarsi.

L’ombra lunga della catastrofe
La sceneggiatura tenta di intrecciare la vicenda dei Garrity con la nuova geopolitica del mondo post‑Clarke. Milizie locali, comunità autogestite, corridoi umanitari improvvisati: il film suggerisce un contesto complesso, ma spesso lo fa attraverso brevi accenni che non trovano un reale sviluppo. L’idea di un’Europa frammentata è affascinante, ma rimane più evocata che raccontata.
L’Europa diventa un labirinto di territori contesi, ma la narrazione non sempre riesce a trasmettere la reale portata delle minacce. La visione di convogli, di pirati, di briganti e di tutta una serie di eventi bellici in lontananza descrivono una situazione critica e catastrofica a livello sociale e politico. Alcune situazioni, pur credibili, però, vengono risolte troppo rapidamente, mentre è chiaro l’intento del film di concentrarsi sulla famiglia, sul suo viaggio della speranza.
Il film non cerca risposte definitive, e questo è un pregio. Tuttavia, mancano alcuni elementi per un quadro esaustivo e ciò rende il viaggio dei protagonisti più banale e prevedibile del dovuto. L’ambiguità è un elemento interessante, ma, in questo film, spesso viene usata male o non sfruttata.

Una tensione smarrita
Il montaggio è dinamico e mantiene un buon ritmo, ma la tensione non è costante. Alcune sequenze d’azione sono ben costruite e radicate nella verosimiglianza, mentre altre sembrano inserite per obbligo, senza un reale impatto emotivo. Il pubblico viene affascinato più dall’idea e dalla scenografia rispetto alla reale vicenda che viene narrata.
Nonostante l’epilogo affrettato e un finale che lascia il dubbio e lo spazio per un’eventuale terzo capitolo, il film si riprende con delle forti emozioni che si sviluppano e deflagrano come una vera liberazione e, a tratti, lieve commozione.
Alcuni personaggi secondari, pur ben interpretati, restano più funzioni narrative che individui. La volontà di mantenere il focus sulla famiglia Garrity è comprensibile, ma penalizza la complessità del mondo circostante.
Voto: 5,7