Recensione – Con “Norimberga”, dopo 10 anni dal suo debutto, James Vanderbilt torna dietro la macchina da presa per affrontare uno dei momenti più ingombranti della storia contemporanea: il processo ai gerarchi nazisti Tratto dal libro “Il nazista e lo psichiatra” di Jack El-Hai, il film parte come un dramma storico rigoroso e poi scivola, con naturalezza, in un thriller psicologico. Al cinema dal 18 dicembre 2025.

L’uomo che guarda il baratro

La storia segue Douglas Kelley (Rami Malek), psichiatra dell’esercito incaricato di valutare la sanità mentale dei principali imputati. Vanderbilt apre il film con un tono quasi intimo: celle, corridoi, silenzi che pesano più delle parole. Malek costruisce un Kelley nervoso, brillante, inquieto, un uomo che vuole capire l’incomprensibile e che forse non è pronto a farlo.

Accanto a lui c’è Robert H. Jackson (Michael Shannon), affascinante procuratore capo degli Stati Uniti. Shannon gli dà una presenza asciutta, quasi da reportage d’epoca: un uomo che sa di essere chiamato a fissare un precedente morale prima ancora che giuridico.

“Dobbiamo dare alla storia un linguaggio per giudicare ciò che non ha precedenti”,

dice in una delle battute più forti del film, e sembra parlare anche allo spettatore consapevole di quanto importante potrà diventare quel processo per il futuro del mondo.

La dinamica tra Kelley e Jackson è fatta di rispetto, tensione e divergenze etiche: due modi diversi di affrontare lo stesso abisso. Al rispetto formale e al distacco di Jackson risponde il coinvolgimento appassionato ed emotivo furbescamente empatico di Kelley.

Celle, verbali e maschere

Quando Kelley inizia i colloqui con i gerarchi, il film dimostra l’istrionicità e la posizione difensiva dei prigionieri. Vanderbilt sposta l’attenzione dalle aule del tribunale alle celle, trasformando gli interrogatori in un gioco mentale dove nessuno è davvero al sicuro. Russell Crowe, nei panni di Hermann Göring, è magnetico e disturbante: un uomo che alterna fascino, arroganza e lucidità strategica con una naturalezza che mette a disagio.

L’ Hermann Göring così delineato è un personaggio che non smette mai di essere in guerra. Le sue azioni sono sempre e costantemente delle mosse strategiche, dei continui posizionamenti in difesa e poi in un timido attacco. Russell Crowe usa le sue sembianze, le parole della sceneggiatura e quell’impassibilità passiva ma allo stesso tempo aggressiva che ci si aspetta da un gerarca convinto di non aver fatto nulla di male nel suo operato.

La seconda parte del film assume i contorni di un thriller psicologico: Kelley, che dovrebbe mantenere distanza clinica, si ritrova risucchiato in un confronto che erode le sue certezze. Le sedute diventano duelli dialettici, tentativi di manipolazione, revisionismi mascherati da confessioni. Un sempre più maturo e brillante Colin Hanks, nei panni di un ufficiale più pragmatico, osserva tutto con crescente preoccupazione, diventando una sorta di specchio esterno della spirale in cui Kelley sta precipitando.

Giustizia, colpa e visioni infrante

Norimberga lavora sul contrasto tra ciò che si vede e ciò che si nasconde. Da un lato, l’aula del processo, con Jackson che costruisce un impianto accusatorio solido, quasi monumentale; dall’altro, le conversazioni private tra Kelley e i gerarchi, dove la colpa viene negata, ridimensionata, riscritta.

Shannon dà al suo Jackson una forza che non ha bisogno di alzare la voce. Malek, invece, mostra un Kelley che crede di analizzare i suoi “pazienti”, ma finisce per essere messo a nudo nelle sue stesse fragilità. Il film non dà risposte semplici: il male non viene spiegato, ma osservato da vicino, e questo basta a far male. I filmati riportati in aula sono i filmati veri di quegli anni, filmati che mostrano al mondo quell’orrore dei campi di concentramento, dei corpi nudi, morti e ammassati come fossero solo “cose” delle quali i tedeschi dovevano solo liberarsi.

La sceneggiatura introduce figure secondarie – avvocati, ufficiali, interpreti – che contribuiscono a restituire la complessità di un momento storico in cui la giustizia era insieme ideale, necessità politica e tentativo disperato di dare un senso all’orrore. Un personaggio importante è Howie Triest (Leo Woodall) il giovane americano di origine tedesca, l’interprete di Kelly e che si rivelerà fondamentale per la vicenda.

Dettagli che non lasciano scampo

Visivamente, Norimberga è un film che sa esattamente cosa vuole comunicare. La fotografia alterna toni freddi e metallici nelle celle e nelle aule a una luce più morbida negli spazi civili, come se il mondo “fuori” fosse ancora in cerca di una normalità impossibile. Vanderbilt usa gli ambienti come trappole: porte che si chiudono, corridoi che sembrano restringersi, finestre che incorniciano un cielo troppo piccolo.

La tensione nasce dai dettagli: un sorriso fuori posto di Göring, una pausa troppo lunga, un referto che cambia significato alla luce di una frase, una penna che trema nella mano di Kelley. Il film evita il sensazionalismo e preferisce lavorare sulle crepe, sui silenzi, sulle omissioni. Si arriva a una partita a scacchi finale, in aula, in attesa del liberatorio “scacco matto”.

Norimberga è un film imperfetto ma potente, capace di unire melodramma giudiziario e thriller psicologico senza perdere coerenza. Parla di colpa, di autodistruzione e della necessità – forse illusoria – di trovare una spiegazione al male. Malek e Shannon reggono l’impianto con due interpretazioni complementari e dense, mentre Crowe aggiunge una presenza disturbante e memorabile.

“L’unico indizio per sapere ciò che l’uomo può fare è sapere cosa ha fatto” (R.G.Collingwood)

Questa la frase finale di un film che invita a riflettere anche sul presente.

Voto: 7,2

Di Giuseppe Bonsignore

Fondatore di Cinematik.it nel lontano 1999, appassionato di Cinema occupa il suo tempo impiegato in un lavoro molto molto molto lontano da film e telefilm. Filmaker scadente a tempo perso, giornalista per hobby, recensore mediocre, cerca di tenere in piedi la baracca. Se non vede più di 100 film (al cinema) all'anno va in crisi d'astinenza.

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