Recensione – 35 anni –  Ci sono film che non invecchiano: si limitano a cambiare luce, come le decorazioni di Natale che ogni anno ritroviamo identiche eppure un po’ diverse, forse perché siamo cambiati noi. Mamma, ho perso l’aereo, diretto da Chris Columbus e scritto da John Hughes, appartiene a questa categoria di rituali cinematografici che resistono al tempo con la grazia di una fiaba moderna. In Usa il film uscì il 16 novembre 1990, in Italia il 18 gennaio 1991.

La storia continua (e continua a farci sorridere)

Kevin McCallister (Macaulay Culkin) è il più giovane membro di una famiglia che sembra uscita da un manuale di caos organizzato. Tra fratelli che lo ignorano, cugini che lo tormentano e genitori che cercano di sopravvivere alla vigilia della partenza per Parigi, Kevin si sente come un post-it dimenticato sul frigorifero: presente, ma invisibile. Dopo l’ennesimo litigio, esprime il desiderio che tutti spariscano. E, come nelle migliori favole natalizie, il destino decide di prenderlo un po’ troppo alla lettera.

La mattina dopo, la casa è silenziosa. La famiglia è volata via, e Kevin si ritrova padrone di un regno fatto di pizza, film proibiti e libertà assoluta. Ma ogni regno ha i suoi invasori: i “banditi del rubinetto”, Harry (Joe Pesci) e Marv (Daniel Stern), due ladri così maldestri da sembrare usciti da un cartone animato.

Kevin non è solo un bambino lasciato a casa: è un piccolo Ulisse domestico che affronta il viaggio più difficile, quello verso se stesso. La solitudine, inizialmente vissuta come un regalo inatteso, diventa presto un terreno di prova. Il buio della cantina, il vento che fischia fuori dalla finestra, il vicino di casa che incute timore: tutto diventa metafora di paure più profonde, quelle che non si risolvono con una trappola ma con un atto di coraggio.

Temi familiari (che parlano ancora a tutti noi)

Il personaggio di Marley (Robert Blossom), l’anziano vicino, è la nota malinconica che dà al film una dimensione più ampia. È un uomo che ha perso il contatto con la sua famiglia e che, attraverso Kevin, ritrova la forza di ricucire ciò che sembrava irrimediabilmente strappato.
Una sottotrama semplice, quasi sussurrata, ma capace di toccare corde che si riallacciano con il significato profondo del Natale.

Harry e Marv, invece, hanno la funzione di permettere al film di esplodere nella sua parte più iconica, quella delle trappole, dove la fantasia infantile diventa architettura comica. Come nelle storie che si raccontano davanti al camino, Mamma, ho perso l’aereo alterna momenti di quiete a improvvise fiammate di azione.

La narrazione scorre con la leggerezza di una fiaba moderna, ma con la precisione di un orologio svizzero: presentazione del caos, isolamento del protagonista, esplorazione della libertà, arrivo della minaccia, preparazione, scontro finale, riconciliazione. Il bello è che sappiamo già tutto. Eppure, ogni anno, ci ritroviamo a sorridere come se fosse la prima volta. Forse perché il film non pretende di stupire: si limita a essere sincero, e questa sincerità lo rende eterno.

Indimenticabile

La regia di Chris Columbus è discreta, quasi invisibile, come dovrebbe essere in una storia che vuole lasciare spazio ai personaggi. Il montaggio, soprattutto nella parte finale, è una piccola sinfonia slapstick: ogni caduta, ogni scivolone, ogni urlo è calibrato con una precisione che sfiora la coreografia. Anche se la logica di certe scene non esiste e vacilla siamo costantemente chiamati a divertirci prima di pensare logicamente.

La colonna sonora di John Williams, poi, è un incantesimo: temi che oscillano tra magia, ironia e un pizzico di malinconia. Una colonna sonora che rimane in mente e diventa subito riconoscibile a distanza di decenni.

E al centro di tutto c’è lui, Culkin, che regge il film con una naturalezza disarmante: non un bambino prodigio, ma un bambino vero, con la capacità di farci ridere e, a tratti, di commuoverci. Uno dei maggiori meme del tempo quando i meme dovevano essere ancora inventati.

Mamma, ho perso l’aereo è un classico che non ha bisogno di difendersi e che ha richiamato, dopo 35 anni, molti spettatori al cinema per vederlo in sala la prima volta nonostante le decine di volte visto in tv. Chi vi scrive è uno di quel pubblico. Un film che parla di famiglia, di paura, di perdono e di quella strana magia che, a volte, ci fa crescere proprio quando pensavamo di voler restare piccoli.

Voto: 7,4

Di Giuseppe Bonsignore

Fondatore di Cinematik.it nel lontano 1999, appassionato di Cinema occupa il suo tempo impiegato in un lavoro molto molto molto lontano da film e telefilm. Filmaker scadente a tempo perso, giornalista per hobby, recensore mediocre, cerca di tenere in piedi la baracca. Se non vede più di 100 film (al cinema) all'anno va in crisi d'astinenza.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *