Recensione in anteprima – Con “La piccola Amélie”, Liane‑Cho Han e Mailys Vallade trasformano Metafisica dei tubi di Amélie Nothomb in un film d’animazione che è insieme fiaba, filosofia e risata. Un’opera che osa aprirsi con una voce narrante che proclama: “Io ero Dio.” È un film che non si limita a raccontare un’infanzia: la reinventa, la amplifica, la rende sacra e buffa allo stesso tempo. Al cinema dal 01/01/2026.

Un inizio divino, un mondo minuscolo e infinito

“In principio era il nulla. E Dio vide che questo era un bene: il nulla lo appagava totalmente e Dio non sentiva il bisogno di muoversi né di comunicare.”

Dio, altrimenti detto “il tubo”, per il modo in cui cibo e liquidi attraversano il suo corpo senza impedimenti, altri non è che la piccola, piccolissima Amélie, nei giorni della sua prima infanzia in Giappone. La sua vera nascita, intesa come l’uscita dallo stadio vegetale e da un’invidiabile stato di atarassia, avviene alla benemerita età di due anni e mezzo, nel 1970, grazie all’assaggio di un pezzetto di cioccolato bianco belga, portato nel paese del Sol Levante dalla nonna paterna.

Il piacere che ne deriva conferisce alla bambina la motivazione per vivere e per sviluppare una memoria delle cose: quella memoria che, anni dopo, l’Amélie (Nothomb) adulta metterà per iscritto nella sua autobiografia “Metafisica dei tubi”. Il titolo originale del film, infatti è “Amélie ou la métaphysique des tubes”

L’incipit è uno dei più audaci dell’animazione recente: Amélie, neonata, osserva il mondo dal fondo di una culla e si autoproclama Dio. Le registe trasformano questa dichiarazione in un’esplosione visiva: colori lattiginosi, forme morbide, un universo che si apre come un fiore. È un inizio che fa sorridere, ma che contiene già tutto il film: la meraviglia, l’ironia, la filosofia travestita da gioco.E da lì, con una naturalezza sorprendente, ci invita a guardare il mondo con gli occhi di una bambina che crede davvero di essere onnipotente.

La caduta dall’onnipotenza in un mondo da scoprire

Quando la piccola Amélie cresce, il mondo attorno a lei si fa più definito ma non meno magico. Il Giappone della sua infanzia – giardini, stagni, tatami, pioggia che cade come un pensiero – è dipinto con acquerelli digitali che sembrano respirare. Le registe catturano la prospettiva infantile con una precisione poetica: ogni oggetto è enorme, ogni gesto è un’avventura, ogni adulto è un mistero.

Il film cambia ritmo quando Amélie, ormai bambina, scopre di non essere affatto Dio. È un momento comico e struggente insieme: la presa di coscienza che il mondo non obbedisce ai suoi desideri. Da qui in poi, La piccola Amélie diventa un racconto di scoperta, di stupore, di piccoli traumi che fanno crescere.

Il tono resta sempre leggero, divertente, pieno di trovate visive che parlano direttamente ai bambini senza mai escludere gli adulti. Le registe trasformano ogni esperienza – il cibo, la natura, la famiglia, la lingua, la pioggia – in un gioco filosofico. Amélie osserva tutto con una serietà buffa, con quella logica infantile che ogni adulto ha provato e che è più spiazzante di qualsiasi trattato.

Tra  identità e risate

Attorno ad Amélie ci sono il fratello maggiore con cui litiga spesso come avviene in ogni famiglia in cui ci si vuole bene. Ci sono la madre, il padre e la babysitter, oltre alla padrona di casa che, non è presente come figura negativa nel libro come nel film ma che promette un’interessante prospettiva storica. Il Giappone colpito dagli alleati e ancora ferito. I

l personaggio della madre, elegante e distante, e quello del padre, più pratico e distratto, sono tratteggiati con affetto e ironia. Ma è la natura – bambù, carpe, pioggia, vento – a diventare la vera compagna di crescita della protagonista. Anche quando questa natura diventa un pericolo per sè stessa.

La piccola Amélie è un film che parla di identità senza mai diventare pesante. Le registe mantengono lo spirito del libro: la bambina che si crede Dio, poi tubo, poi essere umano, attraversa metamorfosi che sono insieme comiche e profonde. La sua voce narrante – ingenua, assoluta, poetica – è il filo che tiene insieme tutto.

Il film è pieno di momenti irresistibili: Amélie che tenta di comandare la pioggia (e parte del suo nome, in giapponese, vuol proprio dire proprio pioggia), Amélie che si offende perché il mondo non la ascolta, Amélie che scopre il gusto del cioccolato come una rivelazione cosmica.

Un incanto visivo che parla al “nostro” essere bambini

Il film è un’opera che ride dell’infanzia senza mai ridicolizzarla, che la celebra come un territorio sacro dove tutto è possibile. La piccola Amélie è un film divertente che fa bene al pubblico. Ridà colore, spensieratezza.

In una delle frasi più belle, la voce narrante dice:

“Quando sei piccolo, il mondo è troppo grande per essere vero. Così lo inventi.” 

Visivamente, La piccola Amélie è un gioiello di tecnica e di storia. L’animazione ibrida permette alle registe di creare un mondo che sembra dipinto a mano, ma che si muove con la fluidità di un sogno. Le scene più riuscite sono quelle in cui la realtà si piega alla fantasia della protagonista: il giardino che si apre come un libro, l’acqua che diventa seta, le carpe che sembrano pensieri colorati.

Il film sa quando far ridere, quando far sospirare, quando lasciare spazio al silenzio. Sa quando commuovere.

La piccola Amélie è un’opera luminosa, viva, capace di parlare ai bambini e agli adulti con la stessa sincerità. È un film che ti rimane addosso come un ricordo d’infanzia: sfocato, dolce, un po’ assurdo, ma impossibile da dimenticare.

Voto: 9

Di Giuseppe Bonsignore

Fondatore di Cinematik.it nel lontano 1999, appassionato di Cinema occupa il suo tempo impiegato in un lavoro molto molto molto lontano da film e telefilm. Filmaker scadente a tempo perso, giornalista per hobby, recensore mediocre, cerca di tenere in piedi la baracca. Se non vede più di 100 film (al cinema) all'anno va in crisi d'astinenza.

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