Recensione in anteprima – Venezia ’25 – Spotlight – Nono film fiction per Daniele Vicari, film che porta sul grande schermo la storia particolare della ‘Ndrangheta trapiantata in Lombardia negli anni ’70. Presentato fuori concorso nella sezione Orizzonti della 82esima Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia il film si tinge di rosso sangue ed esplora le perplessità del suo protagonista. Al cinema dal 4 dicembre.
La storia
Antonio Zagari (Gabriel Montesi), figlio di un boss calabrese (Vinicio Marchioni) trapiantato in Lombardia, capisce di non essere adatto alla malavita: uccidere per lui è fisicamente insostenibile. A poco più di vent’anni, dopo aver ammazzato, rapinato, rapito, finisce in galera. Dove decide di fermare tutto: scrivendo. A metà degli anni ’70, mentre i suoi coetanei si ribellano nelle fabbriche, nelle università, nelle piazze, Antonio lotta contro il padre, e lo farà con una vendetta peggiore della morte.
Il film inizia dalla scrittura del libro dello stesso Zagari. Il film, infatti, è liberamente tratto dall’autobiografia di Antonio Zagari che da il titolo al film. Zagari è stato un pentito della ‘Ndrangheta dal 1990, nel 1992 scrive questa autobiografia descrivendo molte delle operazioni malavitose nella quali son stati coinvolti lui e la sua famiglia negli anni ’70. Muore nel 2004. Persino la sua morte, in un incidente in moto nella zona protetta in cui era stato vincolato, può essere considerato qualcosa di poco chiaro.
Questa storia si presenta perfettamente nella ricostruzione di scenografia, costumi e acconciature proprie di quel periodo. Un grande lavoro effettuato dalla troupe tecnica che impreziosisce il film in uno dei suoi aspetti migliori.

Rosso (e non solo) sangue
Antonio scopre presto di avere una repulsione per il sangue. Un tale schifo per quel liquido rosso da cui non vuole essere toccato né tantomeno imbrattato soprattutto durante gli omicidi. Ma il rosso inteso come color sangue lo si ritrova spesso durante il film. Il pomodoro del sugo dell’immancabile pastasciutta in famiglia ne è un esempio.
Anche il rosso della carne che viene mangiata a tavola è un altro esempio con quella cottura, appunto, al sangue. E’ un continuo richiamo che sceneggiatura e regia inseriscono per aumentare quel senso di inadeguatezza che prova Antonio. L’inadeguatezza provoca anche paura e sconforto nel protagonista e i dubbi, in lui, si moltiplicano così come i sospetti in famiglia.
Esiste poi quella scia di sangue, rosso, manco a dirlo, che unisce il “battesimo” di Antonio nel clan della ‘Ndrangheta agli altri omicidi. Come anche quel sangue parentale che unisce lui al fratello e al padre in prima battuta e alla moglie e al suo di figlio in un secondo momento del film.

Immersi nel tempo
Vicari decide di immergere tutta la vicenda che ruota attorno ad Antonio Zagari nella storia dell’Italia e della Lombardia di quegli anni. Si tratta degli anni ’70 che vedono grandi movimenti di protesa sia nelle fabbriche sia a livello studentesco. Antonio si imbatte in queste realtà. L’immersione riesce ed è ben articolata e ben presentata.
Un altro aspetto molto importante del film riguarda la sottolineatura riguardo alla vita quotidiana di Antonio, suo fratello e suo padre. E’ una vita quotidiana fatta di lavoro in fabbrica da operaio comune per Antonio e lavori comuni simili per gli altri due. Si tratta di una mimetizzazione di delinquenti all’interno della società. Assassini e ladri che hanno la possibilità di comprare macchine di grande valore ma che scelgono di viaggiare con auto comuni come la Fiat 127 di Antonio, per esempio.
“Ammazzare stanca” è un film godibile, interessante, ben fatto e ben interpretato. Rimane però un film che si attesta a un livello medio generale che lo fa assomigliare a un film tv o ad una serie da piattaforma streaming. Un film sicuramente da vedere per riscoprire un pezzo di storia malavitosa lombarda troppo spesso taciuta.
Voto: 6,5