News – Commenti – Ecco un resoconto dei film visti il settimo giorno alla Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia. Finito l’embargo ecco i primi brevi commenti di chi ha visto il film. Le recensioni complete verranno pubblicate nei prossimi giorni. Seguiteci anche sui social: instagram, fb e threads. Le date di uscita al cinema potrebbero variare.

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Dead Man’s Wire (di Gus Van Sant) – Venezia 82, Fuori concorso
Stati Uniti – 105′ – Bill Skarsgård, Dacre Montgomery, Colman Domingo, Al Pacino, Cary Elwes Myha’la – Elevated Films, Pressman Film, Balcony 9 Productions, Sobini Films, RNA Pictures, Pinstripes
Sinossi: La mattina dell’8 febbraio 1977, Anthony G. “Tony” Kiritsis, quarantaquattro anni, entrò nell’ufficio di Richard O. Hall, presidente della Meridian Mortgage Company, e lo prese in ostaggio con un fucile a canne mozze calibro 12 collegato con un “dead man’s wire”, un cavo teso dal grilletto al collo di Hall. Questa è la vera storia del confronto che sconvolse il mondo: Tony chiese cinque milioni di dollari, di non essere né accusato né processato, e delle scuse personali da parte degli Hall per averlo truffato di ciò che gli era “dovuto”.
A sette anni dal suo ultimo film, Gus Van Sant torna con un’opera che racconta la storia vera di Tony Kiritsis, che nel 1977 prese in ostaggio il banchiere che l’aveva truffato. Nonostante la drammaticità della situazione raccontata, il tono è leggero e divertente – anche per via dell’interpretazione sopra le righe di Bill Skarsgard -, senza per questo essere superficiale: che la vicenda sia stata davvero surreale è confermato dalle immagini e dai video reali dei fatti, che si vedono nei titoli di coda. Il film ha la grana del cinema anni ’70, ma temi come il divario sociale e le speculazioni delle banche ai danni della povera gente sono più attuali che mai.
⭐⭐⭐ (Diego Pelizza)
Gus Van Sant prende un fatto di cronaca di fine anni ’70 e ne sottrae alcune parti surreali. La vicenda reale, infatti, per quanto possa essere strano, è addirittura più comica e insolita come si può vedere dai titoli di coda che riportano le scene riprese dal vivo durante il drammatico rapimento. Il film risulta a tratti grottesco, come una parodia coinvolgente di un rapimento e gli attori son perfettamente in parte. Si ride e si rimane in tensione.
⭐⭐⭐1/2 (Giuseppe Bonsignore)

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Ammazzare stanca (di Daniele Vicari) – Venezia 82, Spotlight
Italia – 129′ – Gabriel Montesi, Vinicio Marchioni, Selene Caramazza, Andrea Fuorto, Thomas Trabacchi, Pier Giorgio Bellocchio, Rocco Papaleo – Mompracem, Rai Cinema
Sinossi: Ammazzare stanca. Autobiografia di un assassino è l’autobiografia di un ragazzo che si ribella al suo destino criminale. Si chiama Antonio Zagari e la sua è una storia vera. Siamo nei primi anni Settanta e la ’ndrangheta calabrese dilaga e impera, dal sud al nord. Antonio, figlio di Giacomo, un boss calabrese trapiantato in Lombardia, dopo aver ucciso più e più volte, capisce di non essere adatto a quella vita: per lui uccidere diventa un peso insostenibile, fino alla ripulsa per il sangue: una ribellione del corpo prima che della coscienza, che però mette in pericolo le persone che ama e la sua stessa vita.
Il genere del mafia movie in salsa italica è talmente inflazionato che, se ci si vuole distinguere, bisogna trovare una nuova chiave per affrontarlo. Fallisce in questo il nuovo film di Daniele Vicari, tratto dall’omonimo libro autobiografico del collaboratore di giustizia Antonio Zagari. Gli spunti interessanti ci sarebbero (il contrasto tra la “professione” di Antonio e la sua emofobia, il suo background intellettuale e le sue inclinazioni artistiche in un contesto familiare criminale…) ma non vengono mai sviluppati a dovere e il film, dopo un inizio interessante, finisce per appiattirsi diventando un clone di troppe altre storie già viste (e raccontate meglio). Un’occasione sprecata, nonostante la presenza di un buon cast.
⭐⭐ (Diego Pelizza)
Ammazzare Stanca è un film di mafia tratto dall’autobiografia di Antonio Zagari, ’ndranghetista calabrese trapiantato nel Nord Italia. L’opera diretta da Vicari vuole raccontare il mondo mafioso, mostrarne le particolarità, le forze e le debolezze. Montesi interpreta un personaggio che fa parte di quel mondo ma che lo sente sempre di più vincolante e occludente. Ci sono fin troppi errori tecnici e debolezze di sceneggiatura in un film che poteva ambire all’originalità e invece non è altro che l’ennesimo film sulla mafia nato dallo stampo di tanti predecessori.
⭐1/2 (Daniele Sartorato)
Nonostante il buon cast, una accurata ricostruzione scenografica e storica (con qualche sbaglio sulle divise dei carabinieri) e una ottima regia il film sembra mancare di qualcosa e si ferma nel suo romanzo. Alcuni passaggi vengono poco approfonditi e i personaggi non vengono sufficientemente delineati. Si lascia troppo ai cliché degli ambienti settentrionali e di quelli meridionali. La parlata in dialetto milanese/varesotto lascia perplessi e strappa qualche involontaria risata da parte di chi abita quelle zone.
⭐⭐ (Giuseppe Bonsignore)

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Kim Novak’s Vertigo (di Alexandre O. Philippe) – Venezia 82, Fuori concorso
Stati Uniti – 77′ – Gull House Films, Medianoche Productions
Sinossi: Kim Novak’s Vertigo è un ritratto intimo di una star hollywoodiana fieramente indipendente che si è lasciata tutto alle spalle per vivere secondo le proprie regole, che rivela in un viaggio resiliente e indimenticabile di arte, identità e autenticità sulla scia di uno dei ruoli più celebri del cinema.
Scolastico documentario sulla diva Kim Novak, che a dispetto del titolo si concentra molto sulla vita dell’attrice, intervistata all’età di 92 anni, e poco sui retroscena del capolavoro di Hitchcock “Vertigo”. La Novak è una figura affascinante, una donna di grande intelligenza che dovette combattere tutta la vita contro gli stereotipi legati alla sua bellezza e che, dopo essersi ritirata da Hollywood, si è dedicata con ottimi risultati alla pittura. Il documentario, però, non va molto oltre un ritratto di superficie.
⭐⭐1/2 (Diego Pelizza)

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The voice of Hind Rajab (di Kaouther ben Hania) – Venezia 82, In concorso
Tunisia, Francia – ’90 – Saja Kilani, Motaz Malhees, Clara Khoury, Amer Hlehel – Mime Films & Tanit Films
Sinossi: 29 gennaio 2024. I volontari della Mezzaluna Rossa ricevono una chiamata di emergenza. Hind Rajab, una bambina di sei anni è intrappolata in un’auto sotto attacco a Gaza, e implora di essere salvata. Mentre cercano di tenerla al telefono fanno tutto il possibile per farle arrivare un’ambulanza.
La vicenda reale è tristemente nota e la voce straziante e vera di Hind Rajab che irrompe durante il film richiama tutti gli spettatori a una realtà lontana dagli occhi ma drammaticamente sconcertante, paurosa e ingiustamente crudele. Quello che viene raccontato è un vero e proprio omicidio ai danni di una famiglia prima e di una bambina poi. Il costante ascolto della sua voce e di quelle (spesso reali) di uomini e donne al centralino non sono mai strumentalizzate ma testimoniano l’orrore in modo efficiente. Un film necessario e commovente per dar voce a chi non l’ha più.
⭐⭐⭐⭐⭐ (Giuseppe Bonsignore)
The Voice of Hind Rajab non è solo un film, ma un documento autentico dell’orrore che sta avvenendo a Gaza. Hind Rajab era una bambina di 6 anni, che nel gennaio del 2024, mentre era intrappolata dentro una macchina piena dei cadaveri dei suoi familiari, chiamò la Mezzaluna Rossa implorando di essere salvata. La voce della bambina è quella reale, registrata durante le ore in cui è stata al telefono. Un’opera straziante e quanto mai necessaria sulla più grande tragedia dei nostri tempi. Merita il Leone d’oro.
⭐⭐⭐⭐ (Diego Pelizza)
The voice of Hind Rajab è un’opera che vive fuori dalla competizione Venezia 82. Questo film si è reso famosissimo a livello globale per il tema e l’unione di personaggi di spicco del mondo del cinema che, in quanto produttori esecutivi, hanno deciso di fare conoscere il film al più vasto pubblico possibile. Il film è una ricostruzione, basata su registrazioni reali, di una delle infinite tragedie che si stanno compiendo a Gaza. Viene raccontata la tragedia inaccettabile e il dolore opprimente di una realtà con cui chiunque deve scontrarsi.
⭐⭐⭐⭐ (Daniele Sartorato)

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Duse (di Pietro Marcello) – Venezia 82, In concorso
Italia – 125′ – Valeria Bruni Tedeschi, Fanni Wrochna, Noémie Merlant, Fausto Russo Alesi, Edoardo Sorgente, Vincenzo Nemolato, con la partecipazione di Noémie Lvovsky – Palomar a Mediawan company, Avventurosa, Rai Cinema, PiperFilm, Ad Vitam Films, Berta Film
Sinossi: Eleonora Duse ha una leggendaria carriera alle spalle che sembra ormai conclusa, ma, nei tempi feroci tra la Grande Guerra e l’ascesa del fascismo, la Divina sente un richiamo più forte di ogni rassegnazione e torna lì dove la sua vita è iniziata: sul palcoscenico.
Pietro Marcello si ripresenta alla Mostra con un nuovo film in costume questa volta ambientato circa 100 anni fa, gli ultimi anni di attività e di vita di Eleonora Duse. L’acclamata attrice teatrale ha il volto e la voce di Valeria Bruni Tedeschi che è in parte ma che iper performa a livello recitativo ben più dell’isteria necessaria per inquadrare il personaggio. L’intreccio con la storia dell’Italia e le sue relazioni con D’Annunzio e tutta la compagnia teatrale son ben gestiti ma difettano di qualche approfondimento. Un buon film.
⭐⭐1/2 (Bonsignore Giuseppe)
La figura di Eleonora Duse viene raccontata, nei suoi ultimi mesi di vita, da “Duse” di Pietro Marcello. Valeria Bruni Tedeschi interpreta la celebre attrice e regista teatrale nello stesso modo in cui ha fatto per i suoi lavori precedenti. Il film è ottimamente costruito e riesce sia nel far ridere che nel raccontare uno spaccato di storia italiana attraverso il mutamento del teatro e di come la politica abbia influito su di esso. La centralità e la ripetitività del personaggio della Duse sono un malus nel complesso.
⭐⭐ (Daniele Sartorato)
Duse è un poema del crepuscolo: imperfetto, a tratti diseguale, ma abitato da un’anima. Marcello firma un ritratto non pacificato in cui Valeria Bruni Tedeschi trova uno dei vertici della sua carriera. È cinema che ascolta invece di proclamare, che evoca invece di ordinare, e che, proprio per questo, rimane. Il cuore del film è la politica del corpo: non c’è diva, c’è una donna senza maschere, che sbuffa, sbaglia, inciampa e proprio così vince il tempo, disobbedendo all’idea di perfezione.
⭐️⭐️⭐️⭐️ (Roberta Rutigliano)