Recensione in anteprima – Dopo 8 anni dall’apprezzato “Maps of the stars” David Cronenberg torna al cinema con il suo 22esimo lungometraggio. Ritorno con protagonista l’ottimo Viggo Mortensen già nel cast di “A History of violence” e “La promessa dell’assassino”. Un film distopico che mette al centro della narrazione il corpo umano come oggetto d’arte, di successo, di trasformazione della realtà e dei bisogni. Al cinema dal 24 agosto.

Storie dal futuro

L’artista Saul Tenser (Viggo Mortensen) e la sua assistente Caprice (Leà Seydoux) eseguono performance di asportazione di nuovi organi di natura tumorale dal corpo dello stesso Tenser. Quando i due decidono di registrare il brevetto dei nuovi organi generati nel corpo dell’artista, il loro percorso incrocia quello di una setta dedita a mangiare plastica, già nel mirino delle forze dell’ordine dell’unità Nuovo Vizio.

Benché abbia lo stesso titolo di un film del 1970 dello stesso regista, questo film non è un remake. Si parla sempre di corpo e di umanità futura ma in modo totalmente diverso. In “Crimes of the future” siamo catapultati in una realtà estremamente degradata e fortemente avvezza al vizio e ai piaceri visivi. Città sporche, vuote e desolate sono lo sfondo di una popolazione umana anestetizzata per quanto riguarda il dolore fisico e la passione.

In questo contesto futuro che sembra una continuazione ed esasperazione del nostro presente Cronenberg crea una vicenda singolare ma che è allo stesso tempo plurale e summa di quanto quel mondo, quella parte di realtà presenta.

Una nuova concezione di arte

Il corpo si fa arte non solo nel senso estetico ed esteriore. Non solo come bellezza. Si va oltre questo concetto utilizzando pelle, carne, viscere, organi come rappresentazione di una nuova concezione di arte. I chirurghi quindi sono i nuovi artisti, le opere vengono eseguite in diretta e sono delle vere e proprie esibizioni. Performance che raccolgono migliaia di followers e seguaci in tutto il mondo.

Un seguito che è disposto a tutto pur di incontrare i propri idoli, pur di assistere dal vivo alle esibizioni. Esibizioni che diventano anche vere e proprie competizioni spingendo sempre più in là, sempre oltre l’utilizzo del corpo. Un corpo che viene deformato, alterato, aggiunto, tagliato, ferito come espressione della propria voglia di apparire, trasgredire, esibire. Aggiungere decine di orecchie al proprio corpo non aiuta a sentire meglio ma in una performance in cui si balla può dare spettacolo.

L’arte di Saul Tenser però è frutto di una malfunzione, di un tumore, di quella sofferenza che il mondo ha imparato a reprimere ma che per Saul diventa mezzo per esercitare la sua professione.

La ricerca della passione

All’esibizione cruda di corpi, tagli, ferite, interventi a ventre aperto fa da contraltare quella voglia e curiosità del sentimento, della passione carnale antica che Timlin (Kristen Stewart) sembra avere sin da subito per Saul. E’ la curiosità dei sentimenti meno artefatti, più sinceri, primordiali. Un’attrazione che va oltre il semplice interesse professionale. In un certo senso è quanto cerca anche Saul. Nel suo essere artista e anche parte di un thriller che man mano, nel film, prende piede.

“Crimes of the future” pone lo spettatore di fronte alle ferite dell’umanità, piccoli tagli che, sembrano non far più male. David Cronenberg dirige con buona intensità, con provocante intuizione in alcune scene, con interessante quesito in altre. Viggo Mortensen da’ prova, ancora una volta, di essere un ottimo attore, perfettamente calato nella parte. Così come il resto del cast.

La nuova opera di David Cronenberg è un film che spiazza ma non troppo, che incide con il bisturi ma non affonda come una coltellata. Provoca ma da risposte, dona soluzioni ma non pone domande. E’ una continua ricerca della passione, della vita, della sopravvivenza con una messa in scena cupa e inquietante come solo un film distopico può e deve fare.

Voto: 7

Di Giuseppe Bonsignore

Fondatore di Cinematik.it nel lontano 1999, appassionato di Cinema occupa il suo tempo impiegato in un lavoro molto molto molto lontano da film e telefilm. Filmaker scadente a tempo perso, giornalista per hobby, recensore mediocre, cerca di tenere in piedi la baracca. Se non vede più di 100 film (al cinema) all'anno va in crisi d'astinenza.

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