Laila in Haifa

Recensione in anteprima – Venezia 77 – In concorso – Laila in Haifa è il nuovo film di Amos Gitai, che torna al lido di Venezia nell’edizione eccezionale che segna una svolta nella ripartenza dopo l’emergenza lockdown dovuta al Covid-19. Assiduo frequentatore della mostra di Venezia, ripropone temi a lui cari, portandoci a Haifa, città israeliana.

Il teatro e la commedia umana

Il regista ci porta nella città di Haifa, lontana da una guerra molto vicina. Più in particolare, egli ci porta in un locale notturno della città, gestito dalla protagonista Laila (Maria Zreik), che funge da bar, ristorante, discoteca e mostra d’arte. Intorno a lei e dentro questo contesto sociale si muovono altri personaggi tutti principali e tutti collaterali, come a teatro le loro storie vivono della stessa messa in scena.

Il fotografo Gil (Tsahi Halevi) vede esposte le proprie fotografie nello spazio apposito del locale, è l’amante di Laila e ha un pensiero critico nei confronti della mercante d’arte che vorrebbe portalo in America. La sorella di lui è una ragazza insoddisfatta del marito, che si lascia approcciare da un ragazzo arabo al bancone del bar.

Il marito di Laila, un magnate della città (di cui ne possiede la metà, ci viene detto) cerca di capire la moglie e dovrà confrontarsi con l’unica azione politica della storia. Una coppia di marito e moglie che lavorano nel locale, insoddisfatti per motivi differenti e infine una coppia di ragazzi omosessuali in bilico tra dimostrazioni d’amore e desideri di rottura. Come è chiaro siamo a teatro, il palcoscenico è il locale di Haifa, i personaggi si dividono il tempo sotto i riflettori e dietro al tendone rosso alle loro spalle si nasconde minaccioso un conflitto infinito.

La guerra è ovunque perché è ingiustificata

Gitai non ci mostra la guerra che si perpetua da decenni, ma riesce a renderla ugualmente parte del contesto, è la costante onnipresente che fa sentire il suo eco al passaggio, come il treno che viaggia insistente dietro al locale e scandisce il tempo. Ogni personaggio ha i propri fardelli emotivi, i propri sogni per il futuro, le proprie idee politiche. Lo scontro avviene solo tra alcuni di essi, e il conflitto arabo-israeliano viene chiaramente tirato in ballo da una ragazza irrequieta e attiva come sovversiva.

Amos Gitai è un regista che ormai abbiamo imparato a conoscere bene, la sua mano è ferma, chiara e lineare, il suo sguardo si posa su determinate azioni e parole senza mai lasciare niente al caso: sa cosa vuole dire e sa come dirlo con efficacia.

Il film si apre con un piano sequenza illuminante, e ne dissipa altri nell’arco del film, con l’intento di spostare l’attenzione dello spettatore da una vicenda ad un’altra, rendendo chiara la diversità esistente in quel piccolo spazio riservato ai suoi personaggi: uno scacchiere senza squadre in cui le pedine non sanno che mosse seguire e un’ incontrollabile forza che può rovesciare il piano di gioco da un momento all’altro. Emblematico a tal proposito l’unico discorso al banco del bar sul conflitto, tenuto da una giovane ma evidentemente scossa ragazza dal volto magnetico.

Libertà condizionata

Il film si apre con il pestaggio di Gil, che riesce a strisciare dentro il locale per lasciarsi accudire da Laila. Quando anche il marito della titolare esce dal locale per recarsi in macchina, sarà vittima di un episodio minaccioso. Il mondo al di fuori di quel locale, di quella notte, è pericoloso. La sicurezza e la libertà sono garantite solo in quel posto e in quel momento; il mondo esterno cerca di fare breccia anche lì, e non sappiamo se ci riuscirà.

Laila si può leggere anche col significato di ‘notte’ e durante la notte di Gitai, osserviamo dei personaggi liberi di esprimere la propria sessualità, la propria insoddisfazione, la propria frustrazione. Tutto ciò che l’occidente conosce bene, tutte libertà che in Haifa sono garantite, ma solo la notte, solo in quel locale. Un treno separa il teatro dall’orrore, la domanda è: l’orrore si impadronirà anche di quell’angolo di pace, o l’angolo di pace non è che il punto di partenza?

Un film in sintesi interessante, che offre diversi spunti di riflessioni, ma che rischia altresì di richiudersi su stesso, come in un circolo. Vale la pena di seguire Gitai nel suo viaggio notturno, senza credere di trovare significati reconditi nell’opera.

Voto: 6,9

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