Pity (Oiktos)

Recensione in anteprima – Torino 36 – in concorso – Secondo lungometraggio del regista greco Babis Makridis, già selezionato per il Sundance Film Festival 2018, “Oiktos/Pity” rappresenta il tentativo di affrontare sotto una diversa prospettiva il tema del dolore e del lutto. Con una struttura drammaturgica fredda e meccanica tuttavia le buone intenzioni registiche nel corso del film si stemperano fino ad arrivare a un finale che colpisce per la sua forte brutalità.

Un uomo alla ricerca della malinconia

Yannis Drakopoulos è interprete di un uomo sui quarantacinque anni, avvocato che vive da solo col figlio in una casa che si affaccia sul mare. La moglie è da tempo in coma in ospedale. Le sue condizioni sono critiche, e alla famiglia non resta che sperare nel suo risveglio. L’uomo vive le sue giornate fra visite frequenti in ospedale, il lavoro d’avvocato in ufficio e momenti liberi di comfort passeggero sulla spiaggia.

Ormai assuefatto da questa condizione di lutto, trae gioia dalle piccole attenzioni dei vicini. Ogni giorno riceve da una dirimpettaia una torta, e la lavanderia spesso gli fa sconti. Del piccolo nucleo familiare fanno poi parte anche il padre di lui, con cui ogni tanto gioca a bridge insieme a un comune amico, e il cane Cookie. Tutto sembra destinato a rimanere immutato.

Quando però un giorno la moglie si risveglia inaspettatamente, tutto cambia, e l’uomo decide di sfruttare il caso giudiziario che sta seguendo, dell’omicidio di un anziano, per la sua causa personale. Incapace di affrontare la vita, tenta in ogni modo, partendo da piccoli dispetti al figlio, di ricreare intorno a sé una condizione di dolore. Per mantenersi agli occhi degli altri nello stato di compassione precedente, arriverà a spingersi a gesti sempre più estremi.

Costanti sonore e visive

In questa storia particolare di vita, morte e dolore, molti sono gli elementi che si ripetono, in una vera e propria cantilena luttuosa e cadenzata, interessante dal punto di vista stilistico, ma che appiattisce il film in una costante sinfonia di leitmotiv.

Da subito siamo infatti calati in un paesaggio marino, visibile sia dalle finestre dell’abitazione dell’avvocato, sia nel quadro sulla parete del suo ufficio, fino a divenire protagonista nei siparietti sulla spiaggia. Con una fotografia spesso cupa e opaca, ben poco spazio si lascia alla luce, e il film è attraversato dal nero delle didascalie che ci riportano i pensieri dell’avvocato.

Attraverso le didascalie ci vengono trasmesse importanti riflessioni, come sul significato della compassione, o sulla difficoltà di piangere. I sentimenti e le emozioni del protagonista vengono riversati sempre più in un canto di morte, dedicato alla moglie se morisse. Senza le didascalie ben poco potremmo cogliere dell’animo dell’avvocato, per cui Yannis Drakopoulos ci dà un’interpretazione apatica, senza forti sbalzi emotivi.

Come contraltare all’elemento visivo ricorrente del mare si innesta poi la sonorità classica da Requiem di Mozart e Beethoven, che scoppia ripetutamente sul silenzio lungo tutto il film.

Riflessioni sulla crisi

Ciò che ci vuole trasmettere con questo film Babis Makridis è dunque il rapporto conflittuale fra chi si trova nel lutto, e coloro che intorno continuano a vivere. Trascinandoci sull’onda delle lacrime che non riescono a scorrere, sul dolore della vita e la gioia del vivere nel lutto, in un paradossale rapporto inverso rispetto alla normale consuetudine umana, ci porta sicuramente a riflettere sulla condizione moderna.

In un mondo in cui si è portati spesso a trarre assuefazione dalle tragedie quotidiane, trasmesse ormai senza controllo dai media, che ci bombardano di immagini di morte e dolore, come se le buone notizie dessero fastidio a essere raccontate, la morte quasi diventa l’unica condizione vitale dell’uomo. Babis si inquadra nella cosiddetta nouvelle vague greca del post crisi, economica e dei sentimenti, in cui si colloca fra i maggiori esponenti Yorgos Lanthimos, e fra i due il comune denominatore è anche lo sceneggiatore: Efthymis Filippou.

Dissonanze nella sinfonia di lutto

Ciò che tuttavia colpisce è la totale freddezza con cui il tutto ci viene trasmesso, sfuggendo alle intenzioni iniziali di far riflettere sul lutto e sulle sue opposizioni alla vita. Ciò che resta alla fine è solo apatia, i sentimenti vengono frantumati dall’escalation finale di folle distruzione in cui decade il protagonista.

Voto: 5,8

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