22 July

Recensione in anteprima – Venezia 75 – In Concorso – Dopo “U-July 22” un secondo film sul doppio attentato a Oslo che ha ucciso 77 persone e prodotto centinaia di feriti. “22 July” ripercorre minuziosamente quella giornata accompagnando lo spettatore dalla realizzazione agli effetti che ha creato sulla politica Norvegese e sulla società di quel paese. Il film verrà distribuito direttamente su Netflix il 19 ottobre.

Sull’isola di Utøya, a nord-ovest di Oslo, un gruppo entusiasta di adolescenti si prepara alla visita del Primo Ministro, immaginando insieme il futuro del proprio paese. Ma a sbarcare sull’isola è Anders Breivik, terrorista di estrema destra che vuole mondare dai peccati la Norvegia e l’Europa. Il 22 luglio 2011, dopo aver esploso una bomba davanti al palazzo governativo di Oslo, raggiunge Utøya e abbatte vite a colpi di arma da fuoco. La sua spedizione mortale fa sessantanove morti e più di duecento feriti. Colpito cinque volte, Viljar sopravvive al massacro, supera la lunga convalescenza e decide di testimoniare nel processo contro Breivik. Per chi è rimasto e per quelli che non ci sono più.

La meticolosa preparazione

Sin dalle prime immagini abbiamo la visione della preparazione da parte di Andres Breivik di tutto l’occorrente per un attentato. Chi conosce quanto accaduto  riesce subito a collegare quel frullare, scocciare, versare alla creazione di esplosivo e simili mentre chi si avvicina (o si avvicinerà negli anni futuri) senza conoscere gli avvenimenti si trova ben presto a capire quanto sta succedendo.

Il regista Paul Greengrass crea subito un clima cupo, teso, da preparazione di qualcosa di tragico ed imminente. Lo spettatore viene rapito dall’incalzare metodico e meticoloso di tutte le azioni di Breivik. Un piano preciso, pensato da tempo. Lo capiamo con le calzanti inquadrature delle mani, della faccia, delle espressioni di compiacimento, freddezza e concentrazione del terrorista.

Sono poche scene ma riescono ad esprimere molto bene quella che è la capacità di Paul Greengrass di dirigere un film nelle atmosfere di un “Jason Bourne” e con un clima molto ansioso, e per certi versi, strategico alla “Captain Phillips”

L’isola della paura

Parallelamente alla vicenda di Breivik vi è la storia delle decine di studenti di diversa età che sono alloggiati nella colonia studio sull’isola di Utoya. Siamo nel pieno dell’estate norvegese, sono giorni di studio, di sport e di festa per i ragazzi che fanno nuove conoscenze e intrecciano nuovi rapporti di amicizia.

L’attesa del primo ministro per quei giovani è elettrizzante e Viljar Hanssen è uno degli studenti più promettenti. La vicenda si concentra su di lui e su suo fratello Torje. Si tratta di vicende reali anche per quanto riguarda le vittime menzionate come in questo caso.

L’arrivo di Breivik sull’isola è l’inizio di diversi minuti di paura tra centinaia di spari e urla senza sosta. I ragazzi fuggono in tutte le direzioni in preda al panico e tutta l’azione che viene descritta è perfettamente registrata dal regista statunitense. L’arresto di Breivik, l’inizio di una nuova vita per Viljar e la fase iniziale dell’interrogatorio è un susseguirsi di momenti sospesi tra la rabbia dei colpiti (famigliari e feriti) e l’indifferenza di emozioni dell’attentatore.

Cadere e rialzarsi

Viljar è colpito da tre pallottole in punti differenti del corpo. La sua vita è appesa a un filo per diversi giorni fino a una lenta e inesorabile rinascita. La seconda parte non ha più azione sul campo ma si svolge totalmente tra aule di tribunale, carcere e stanze di ospedale.

Un ulteriore luogo è rappresentato dalle stanze del potere norvegese. Un popolo è stato attaccato e ha subito risposto con sdegno e dolore ma anche con la volontà di non dare la vittoria al terrorista. Le stanze del potere norvegese sono chiamate in causa perché è proprio il primo ministro che ammette delle colpe nella politica del paese nell’aver sottovalutato il problema prima che si potesse verificare.

Con uno svolgersi non propriamente originale e forse un po’ scontato Viljar ripara il suo fisico e non lo fa solo per lui ma anche per la memoria delle 77 vittime. Viene chiamato a testimoniare al processo e ci vuole arrivare in un certo modo, orgogliosamente. Paul Greengrass è anche bravo a lasciare spazio ai turbamenti e al trauma subito da Viljar in particolare. Un’elaborazione del lutto totalmente diversa da quella che abbiamo visio in “Vox Lux” per esempio. Anche se è proprio quest’ultimo ad essere particolare in tal senso.

“22 July” è un film da vedere e da non dimenticare anche se non è perfetto ma ha molti elementi tipici della regia di Greengrass. Ottima la prova di recitazione di Anders Danielsen Lie che da volto a Andres BreivikJonas Strand Gravli che impersona Viljar

Voto: 6,9

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