“Riso amaro” e il neorealismo alternativo di De Santis

Recensione – 70 anni – Nel pieno sviluppo della corrente neorealista nel cinema italiano del dopoguerra, si inseriva un film che proponeva uno sguardo narrativamente ampio, per raccontare una storia intrigante e drammatica. Parliamo di Riso amaro, pellicola del 1949 diretta da Giuseppe De Santis. Il film usciva nelle sale italiane il 7 ottobre 1949.

Le mondine

Dopo il furto di una preziosa collana, Walter (Vittorio Gassman) e la sua amante e complice Francesca (Doris Dowling) cercano di far perdere le proprie tracce mescolandosi alla folla delle mondine piemontesi, in partenza per le zone di raccolta del riso.

Qui, all’interno del dormitorio, la bellissima Silvana (Silvana Mangano) sottrae il gioiello a Francesca. Per recuperarlo, Walter corteggia l’ingenua ragazza e ne fa la nuova amante, mentre Francesca si lega a sua volta all’uomo di Silvana, il sergente Marco Galli (Raf Vallone). Quando però si scopre che la collana era un falso, Walter, per rifarsi, decide di rubare il riso destinato alle mondine…

Il neorealismo firmato De Santis

Scritto dal regista insieme a Carlo Lizzani, Corrado Alvaro, Ivo Perilli, Carlo Musso e Gianni Puccini, Riso amaro viene considerato uno dei film di riferimento del secondo dopoguerra, ottenendo un ottimo riscontro di pubblico (stimato in circa 385 milioni di Lire) ed una candidatura agli Oscar 1951 per il miglior soggetto. Del resto, l’epoca neorealista fu la primavera del cinema italiano, anch’esso dilaniato dal conflitto bellico, e gli autori che lo caratterizzarono ebbero l’opportunità di farsi apprezzare nel resto d’Europa e negli Stati Uniti.

Giuseppe De Santis, già noto per il precedente Caccia tragica (1947), seguì idealmente la strada tracciata da Ossessione di Visconti (1943) per fondere romanzo popolare e neorealismo. Uno spaccato sociale, quello dei contadini dediti alla raccolta del riso, arricchito dalla passione e dai sotterfugi che animano i personaggi in scena.

La figura che sintetizza questi aspetti è quella impersonata magnificamente da Silvana Mangano, la cui mondina in calze nere entrò nell’immaginario collettivo: sia per la carica sensuale (persino eccessiva per l’epoca!) ma anche per la cattiva stella dalla quale la sua Silvana è accompagnata, come spesso accadeva per le donne forti e sfortunate delle pellicole neorealiste (pensiamo alla Pina dell’indimenticabile Anna Magnani in Roma città aperta).

La precisa identità

Sebbene una parte della critica, forse legata maggiormente ai tòpos del neorealismo di Vittorio De Sica e Roberto Rossellini, non comprese subito le peculiarità di Riso amaro, è da evidenziare come il film riesca a mantenere una precisa identità che affonda le sue radici nella realtà italiana di fine anni ’40; e, allo stesso tempo, cerchi dei riferimenti di immediata presa per il pubblico, come l’intreccio che unisce i protagonisti e li porterà a un inevitabile epilogo.

Non vi è probabilmente una così netta presa di posizione sociale come nel successivo Roma ore 11 (1952), e, in tono più vicino a Riso amaro, anche in Non c’è pace tra gli ulivi (1950) e Uomini e lupi (1956); ma il cinema di De Santis, imperniato spesso sulla società contadina (interesse suscitato anche dalle origini del regista, nativo della laziale Fondi), mostra le contraddizioni di comunità spesso povere ed estremamente conflittuali, dove anche un gioiello falso può scatenare la tragedia.

Giovani promesse

Riso amaro non fu l’esordio cinematografico dei quattro interpreti principali, ma di fatto sancì la svolta per tutti loro. Se Doris Dowling non ebbe molta fortuna, certamente diverso fu il percorso che Silvana Mangano, Vittorio Gassman e Raf Vallone avrebbero intrapreso.

La Mangano, indiscutibile talento dal fascino sofisticato, dopo il matrimonio con Dino De Laurentiis prese parte ad alcuni dei film più importanti del cinema italiano anni ’50 e ’60, contrapponendosi idealmente alla bellezza procace di Sophia Loren (consorte di un altro potente produttore come Carlo Ponti, ex socio di De Laurentiis).

Gassman, che diverrà uno dei colonnelli del nostro grande schermo, sarà impegnato, durante gli anni ’50, in altri film drammatici (alcuni anche in costume) prima di trovare la consacrazione con la commedia. Ritroveremo Silvana e Vittorio insieme in altre opere, tra le quali ricordiamo La tempesta (1958), La grande guerra (1959) e Il Giudizio Universale (1961).
Meno ricordata ma comunque rilevante la carriera Raf Vallone, calciatore del Torino fino ai primi anni ’40, che conterà a sua volta decine di film in carriera, in particolare tra gli anni ’50 e ’70.

Riso amaro, a settant’anni di distanza, ci riporta in un’Italia che non esiste più, e per questo rappresenta, come moltissime altre pellicole di quell’epoca, un patrimonio culturale e artistico da conservare.

Voto: 7,5

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